Allacciate le cinture

allacciate le cinture

(Italia 2014, drammatico) Regia di Ferzan Özpetek. Con Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Francesco Scianna, Carolina Crescentini, Elena Sofia Ricci, Carla Signoris, Paola Minaccioni, Giulia Michelini, Luisa Ranieri.

Era l’8 di marzo, il giorno delle mimose e della Festa della donna e trovarmi sbattuto sullo schermo un pezzo di ragazzone, insomma un pezzo da novanta (chili), spesso seminudo, ho pensato che era uno scherzo, che era il film adatto ai festeggiamenti goliardici che alcune signore amano in questa data. Invece era un film di Ferzan Özpetek, che ha voluto affrontare una delle tante facce dell’amore. Sì, perché l’amore è un volo, un volo pericoloso in cui si prova l’ebbrezza della velocità e delle acrobazie, delle brusche frenate e dei cali di ritmo, con conseguente senso di monotonia, la monotonia che diventa consuetudine e uccide l’ebbrezza iniziale. L’amore a volte è così grande che gira tutto intorno e ripassa dalla base, altre volte si ammala durante il volo e precipita con grande frastuono. L’amore è uno, sempre unico, ma ha tante facce a seconda del carattere dei due partner e del loro approccio ad esso. Özpetek parla sempre dell’amore, notoriamente senza distinzioni di genere e di coppia e ci ricorda continuamente che, anche se è bello innamorarsi e “vivere” l’amore, è un sentimento pieno di ostacoli e imprevisti. Come quello, improvviso e inaspettato, dolce e irruente, che scoppia tra Elena e Antonio, quanto di più impensabile potesse succedere.

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”Elena e Antonio sono due persone molto distanti per cultura, sensibilità, educazione, senso civico e politico della società. Il loro primo incontro è in realtà uno scontro e si scoprono, senza conoscersi, agli antipodi su temi oggi molto importanti: razzismo e omofobia. Ma se il destino ha deciso per loro, nulla può bloccare la scintilla che dà fuoco alle polveri e il fuoco che arde silenzioso ma divorante nei loro cuori li condurrà a guardarsi negli occhi al loro primo vero incontro, come in una sfida di sguardi. Elena cercherà di difendersi dietro il muro che ha alzato – l’amicizia forte e sincera con Silvia, la ragazza di Antonio, la relazione con Giorgio, il suo ragazzo – ma è uno sbarramento friabile che lei non ha alcuna intenzione di rafforzare, fino al punto di agevolare anzi lo sgretolamento delle sue certezze e cedere finalmente all’amore, quello forte. Non le si prospetta una vita facile accanto ad un uomo silenzioso, prepotente, maschilista (ma proprio il giorno della festa della donna?) e dongiovanni, che, come dice Maricla (una scoppiettante Luisa Ranieri) è così “generoso” che non si nega a nessuna, neanche a lei in verità.”

 Ma perché poi allacciarsi le cinture? Perché come dicevo prima l’amore, se nasce in quelle maniere brusche e se non sei assicurato bene sulla poltroncina con una cintura di sicurezza adeguata, può farti male, può farti cascare in malo modo. Invece allacciato (e aggiungerei anche un buon paracadute) resisti pure alle tempeste spaziali e puoi volare sempre più in alto.

Non basta. Nella vita ci sono gli imprevisti, gli incidenti, le malattie, quelle serie. Difatti, la trama, dopo un buco temporale che al momento lo spettatore non sa spiegarsi, ci porta a ben 13 anni dopo quando Elena e il suo socio gay e amico fidatissimo Fabio, con cui gestisce un locale pubblico di grande successo a Lecce, festeggiano l’anniversario del loro bar e lei è sposata con l’imponente Antonio con cui ha avuto due figli. E un ospite inatteso: un cancro al seno. La sua vita si stava trascinando un po’ monotona, con la pazienza necessaria per sopportare le scappatelle continue del marito e l’imprevisto problema di salute porta ovviamente scompiglio e paura, specialmente ad Antonio, il quale si rende conto (ah, questi tori da monta come son fragili!), in questa situazione, di quanto sia importante per lui la figura della moglie. Non resta che allacciare ancora una volta le cinture e aggrapparsi alle maniglie di sostegno e sperare…

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Il film è ovviamente dominato dalla coppia principale e dalla loro storia d’amore, ma come tutte le volte Ferzan Özpetek ci mostra la famiglia, anche allargata come spesso gli accade, l’affetto e le incomprensioni all’interno di essa e ci tratteggia il carattere dei vari personaggi rendendoceli ancora di più familiari, che parlano quasi in coro, l’uno sull’altro a battibeccarsi. Come sempre c’è il gay di turno, la coppia omo, le battute adeguate per questi personaggi: non si diceva all’inizia che l’amore ha tante facce? Ma appunto è un unico sentimento, qualunque sia la faccia con cui si presenta: sempre di amore si tratta.

Le intenzioni erano buone ma il risultato è purtroppo modesto. Se allacciare le cinture era necessario per volare, il film in verità non spicca mai il volo. Ha buoni momenti di pathos ma la recitazione dei protagonisti non aiuta a migliorare la situazione. Kasia Smutniak è una buona sorpresa, anche se la trovo ancora acerba, spesso non ha le giuste pause ma è anche vero che non nasce attrice e che lo è diventata solo (si fa per dire) da una dozzina d’anni. Però è bella e ha un viso adatto e sicuramente migliorerà. La delusione assoluta viene dal toro da monta che si chiama Francesco Arca: un pezzo di ragazzone che una espressività peggiore del Ben Affleck dei primi tempi, che quando guarda fisso carico di rabbia sembra davvero un toro che soffia dalle narici prima di una carica. Forse era quello che il regista gli chiedeva, forse era il tipo d’attore che cercava (e lo ha ammesso) ma recitare almeno il minimo sindacale è quello che ci si aspetta da un attore (?). La vera sorpresa, o posso dire una rivalutazione, viene dall’eccellente che interpreta un gay credibile, mai fuori misura o caricato, sempre con un bel sorriso a guardare la sua amica e convivente Elena, con tale senso di affetto che allo spettatore viene da pensare che forse in fondo in fondo le voglia anche “troppo” bene. Un bel personaggio benissimo recitato da un attore da cui io mi aspetto molto nel futuro. Simpatici i due personaggi ben interpretati da Carla Signoris e Elena Sofia Ricci, una mamma e l’altra zia della protagonista Elena, quindi Filippo Scicchitano sorelle, almeno fino alle scene finali dove si insinua ben altro (benedetto Ferzan!). Inverosimile, e non poco, invece la piccola figlia della coppia Elena-Antonio: una diabolica bimba che ha battute fulminanti e troppo intelligenti per la sua età, neanche fosse posseduta da un alieno superdotato. Forse è semplicemente la rappresentazione di una voce fuori campo che commenta acidamente gli avvenimenti.

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Buona comunque nel complesso la regia anche se a volte indugia troppo con primi piani che sanno di contemplazione. Sorprendente e riuscita l’idea di dedicare il finale per riempire il buco temporale dei 13 anni del racconto tra quando i due protagonisti si sono appena conosciuti e Elena e Fabio stanno progettando l’apertura di un nuovo locale e quando ormai Elena e Antonio sono due coniugi maturi e con due figli e il locale avviato è ormai un ritrovo di grande successo in città. Cos’era successo nel frattempo? Come i due erano riusciti a lasciare senza traumi e scenate di gelosia i loro rispettivi partner? Lo spettatore se lo chiede durante tutto il film e il regista appunto colma la voluta lacuna nell’ultimo quarto d’ora. Come al solito per il regista turco-italiano il film è corale e con tanti familiari e se in altre occasioni comparivano i fantasmi vestiti in abiti da sera questa volta è la protagonista Elena, che nel momento psicologico più difficile della malattia, “vede” attorno a sé i suoi cari, tutti vestiti di bianco come fantasmi, proiettati in un futuro senza di lei. Senz’altro un momento angosciante per lei e toccante per lo spettatore.

Insomma è l’Özpetek che conosciamo, con il suo melodramma, con le sue storie abitate sempre e anche da omosessuali, come per dimostrare la ordinarietà della loro presenza, e con il suo legame con la parola amore. Anche se quindi con qualche pecca, il giudizio è certamente sufficiente soprattutto perché è una buona storia e si lascia vedere. Ma nulla di memorabile.

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