Andreotti la sentenza e la fine di uno statista

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All’età di 94 anni, è venuto a mancare uno dei personaggi politici più longevi della Repubblica, l’ultimo paladino di una classe di potenti e noti personaggi pubblici, chiacchierato e discusso per decenni ma sempre instancabilmente al timone. A differenza di tanti altri statisti, raggiunto l’apice di una carriera brillante, segue una fine indecorosa, una condanna fra le più pesanti, che mette la parola fine, almeno alla vita di politico, al senatore Giulio Andreotti, il divo Giulio, l’onnipresente.

Giovanissimo entra nella classe dirigente democristiana, appena laureato, diventa  subito esponente di spicco.

Prima nella costituente, poi politico dal 1948, è stato 8 volte ministro alla difesa, ma ha diretto anche gli Esteri, le Finanze, il Tesoro. Uno statista inesauribile. Fervente cattolico, il sette volte Presidente del Consiglio – persino nel difficile periodo del rapimento di Moro – faceva praticamente parte di qualsiasi governo, ininterrottamente, senza nessuna esclusione: dal primo De Gasperi agli anni ’90. Il lungimirante politico affronta la pesantezza delle accuse stilate dai giudici, e le numerose inchieste con fermezza, astutamente. Tenta di dribblarne gli attacchi, anche se invano.

Nonostante possa ritirarsi dalla vita politica e rinunciare, combatte fino all’ultimo, assistendo a tutte le udienze, per difendersi con le unghie e con i denti da pesanti accuse. Il leader politico, oggi senatore a vita, nega tutto spudoratamente, parla di persecuzione mafiosa, di ritorsioni, di rapporti occasionali, di circostanze fortuite, ma non convince.

La più pesante accusa, di associazione a delinquere, arriva da Palermo. Dopo l’assoluzione in primo grado, perché il fatto non sussiste, arriva una condanna invece in appello, ma il reato si estingue per prescrizione. La scena si chiude. Non sapremo mai la verità giudiziaria definitiva.

Da Perugia arriva un’accusa ancora più infamante: mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Riesce ad uscirne: viene assolto in primo grado, condannato in secondo, assolto in Cassazione. Ma le nubi si addensano sempre più: accuse velate e sospetti imbarazzanti si concentrano sulla figura del potente politico Dc degli anni ’80, sembra proprio che non riesca a toglierseli più di dosso, coinvolto nella losca vicenda di Gelli e P2, nel suicidio di Sindona e nel affaire Moro. Sull’uccisione dell’avv. Ambrosoli, liquidatore del Banco ambrosiano, pronuncia la peggior affermazione che un politico possa dire: “se l’è andata a cercare..” Una condannato per infamia e falsa testimonianza verso il giudice Almerighi arriva repentinamente.

Per molti storici resta l’incarnazione del potere in Italia, degli intoccabili, intramontabili. La stampa lo chiama belzebù, nelle lettere di Moro il grande statista profetizza “…Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia …”.

La sentenza dei giudici di Palermo

Associazione per delinquere, prescrizione;

Associazione di tipo mafioso, assoluzione;

La Corte ha quindi confermato, rendendola definitiva, la sentenza della Corte d’appello di Palermo che aveva assolto l’imputato dal reato di partecipazione ad associazione di tipo mafioso, dichiarando, nel contempo, prescritto il reato di partecipazione ad associazione a delinquere fino al 1980.

Questa la sentenza che lasciò di stucco mezza Italia per il significato politico che esprimeva. Questo l’interrogativo a cui la politica non saprà mai dare una risposta: com’ è possibile che un uomo di punta delle istituzioni, da sempre al vertice dello stato, potente e impegnato abbia potuto mantenere per decenni rapporti continuativi con i boss mafiosi che invece combatteva?

Era la prima volta nella storia d’Italia che un politico di quel rango veniva condannato per mafia, ricordiamo che fino a qualche decennio prima, l’era precedente al maxi processo di Falcone, in Sicilia, era impensabile riuscire a condannare perfino un mafioso di media potenzialità criminale.

Ripercorriamo adesso i punti salienti della sentenza riferendoci alle esatte espressioni e termini del documento, intervallandoli con dei commenti per meglio collegare i fatti. I giudici della suprema corte hanno accertato minuziosamente che Andreotti abbia assunto, attraverso mediazioni, una condotta volta ad influenzare, a vantaggio dell’associazione a delinquere, individui operanti in istituzioni giudiziarie e in altri settori dello Stato, partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte, e intrattenendo inoltre rapporti continuativi con l’associazione mafiosa tramite altri soggetti, alcuni dei quali ricoprenti posizioni di prestigio. La corte accenna alla condotta: gli incontri non sono da considerare saltuari o occasionali. Con la mafia un rapporto di stabile e sistematica collaborazione,  comportamenti di vantaggio al sodalizio …

Certi erano i legami fra l’on. Andreotti e Michele Sindona per via dei rapporti nati inizialmente con la gestione della banca privata di quest’ultimo.

Un numero telefonico diretto con l’on. Andreotti fu trovato nell’agenda di uno dei cugini Salvo,il potente esattore dello stato per la Sicilia. Mentre sono considerate come semplici deduzioni le dichiarazioni del pentito Buscetta sull’affare Moro, in cui Andreotti sembra essere stato un personaggio di primo piano. Esaminato il ruolo che avrebbe svolto Andreotti in relazione a richieste di interessamento riguardanti vicende giudiziarie, che gli sarebbero state rivolte da soggetti appartenenti, ovvero collegati, a Cosa Nostra, relativi ai tentativi di aggiustamento del maxiprocesso dei rapporti tra il sen. Andreotti e il presidente Corrado Carnevale. Ripercorrendo l’intera vicenda sulla scorta delle risultanze processuali per giungere alla conclusione che Riina aveva avuto precise assicurazioni da Andreotti che l’esito in Cassazione sarebbe stato a loro favorevole. visti i rapporti – negati dal Tribunale – tra l’imputato e il presidente Carnevale (provato anche dall’interessamento del primo a favore del secondo per la presidenza della Corte di Appello di Roma e in occasione di un procedimento disciplinare); che l’opera del dr. Carnevale era stata ostacolata dall’intervento del primo presidente della Corte Suprema, dr. Brancaccio.

Fra i suoi stretti collaboratori l’on. Lima e, figlio di mafiosi, e mafioso egli stesso, potente esponente di punta della Dc in Sicilia, ucciso dalla mafia, era da sempre considerato il braccio destro di Andreotti nell’isola. Intoccabili e insieme ai collaboratori Claudio Vitalone e Franco Evangelisti, tutti personaggi politici a lui legati da intime relazioni e molto chiacchierati, adesso deceduti.

Dobbiamo fare un accenno a come si differenzia il reato dalla collaborazione esterna “E’ partecipante all’associazione colui che agisce nella “fisiologia” della vita corrente del sodalizio, a differenza del concorrente esterno, colui che, pur non facendo parte dell’organizzazione a cui non è chiamato “ad appartenere”, ci si rivolge sia per colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo, sia, soprattutto, nel momento in cui la “fisiologia” dell’associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase “patologica” che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche ad un unico intervento, del terzo … Esso sussiste nella persona che fornisca un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o continuativo, purché tale contributo abbia un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione, per la realizzazione, anche parziale, del programma criminoso.”

Il ricorso dell’imputato si è basato esclusivamente sulla ritorsione per le iniziative prese dal suo governo – non certo incisive – esclusi sia il formale inserimento organico (Cosa Nostra non considerava il sen. Andreotti tra i suoi affiliati, tanto che non lo rese partecipe della decisione di uccidere l’on. Mattarella), sia l’attività di cooperazione continuativa con il sodalizio criminoso, pur constatando che al sen. Andreotti non è stato possibile addebitare neppure un solo atto specifico e concreto a favore di Cosa Nostra, per i comuni rapporti con i politici locali e legati all’organizzazione delle campagne elettorali, la non conoscenza dei singoli boss mafiosi, le foto scarse ma circostanziate e occasionali.

Gli incontri con Cianciamino, i fratelli Salvo, Boutade, Toto Riina, la vicenda Mattarella, il presidente della Regione siciliana, allievo di Aldo Moro, uomo-chiave del compromesso storico nella regione, morto assassinato in un agguato il giorno dell’epifania del 1980. Riguardo questi il Collegio rileva che la Corte territoriale ha ritenuto che molti degli incontri siano effettivamente  avvenuti, e qualcuno è stato anche provato da testimoni. D’altra parte – e ciò costituisce il secondo problema – la sentenza impugnata, sia pure nel valutare altre vicende, ha ritenuto che talvolta Andreotti potesse avere promesso il proprio interessamento senza poi farlo seguire da interventi concreti. Pesanti le deduzioni del pentito Buscetta, che si basavano su fatti per sentito dire utili per lo più a confermare il quadro generale, ma null’altro. Più particolareggiate invece le dichiarazioni di Marino Mannoia, un pentito che aveva portato alla conoscenza di fatti, poi riscontrati. Avvalorata per esempio, secondo le dichiarazioni rese da Antonino Mammoliti, l’affermazione secondo cui Stefano Bontate fece un favore ad Andreotti intervenendo presso Girolamo Piromalli, esponente di vertice della ‘ndrangheta calabrese, per far cessare le estorsioni in danno del petroliere laziale Bruno Nardini.

I riscontri parlano di interessamenti personali che sarebbero stati per lui importanti in termini di vantaggi elettorali, anche se in alcune occasioni solo parzialmente conseguiti, e di interventi extra ordinem, collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni.

Certi il riferimento al numero telefonico annotato su una agenda di uno dei cugini Salvo, l’utilizzazione dell’autovettura e autista, della Satris (società dei Salvo), procurata da Lima e messa sempre a disposizione dell’imputato, la familiarità nei rapporti e l’atteggiamento tenuto da Andreotti e da Antonino Salvo nel corso del ricevimento presso l’Hotel Zagarella,  la prova della vicenda del regalo del vassoio in occasione delle nozze della figlia di Antonino Salvo.  Prova fondata, lacunosa e non accettata, invece, la telefonata all’ospedale civico per informarsi delle condizioni di salute di Cambria, di intima confidenza e tali da indurre a ritenere che potessero contare in qualsiasi momento su di lui.

Per contro e sul versante opposto, la Corte palermitana ha negato pregnante valenza probatoria ai fatti accaduti nel periodo successivo all’avvento dei “corleonesi”, quali il preteso regalo ad Andreotti di un quadro da parte di Bontate e Calò, gli interventi dell’imputato, sia pure modesti e non decisivi, espletati a favore di Sindona, i cui legami con Bontate e Badalamenti ha ritenuto provati, il trasferimento nel 1984 di detenuti siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara, per il quale ha ipotizzato un interessamento esclusivo di Lima, l’incontro avvenuto nel 1985 con Andrea Manciaracina, uomo d’onore vicino a Riina, la convinzione in seno a Cosa Nostra, pur in assenza della prova di un suo intervento, di poter ricorrere ad Andreotti per aggiustare il maxiprocesso, la cui importanza per il sodalizio criminoso era innegabile.

Questa la sentenza di condanna della corte :

Nelle indagini si sono fatti presente anche alcune dichiarazioni rese dall’allora Prefetto di Palermo gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale – resosi conto dell’importanza della questione – aveva avvertito l’esigenza di accennarvi in occasione di un suo incontro con l’allora Ministro dell’Interno on. Rognoni. Resta famosa la dichiarazione nell’intervista che concesse pochi giorni prima di morire “..se pensassi di combattere la mafia solo in Sicilia, sarei uno stupido ..” La Palermo e la Sicilia degli anni ’80 è costellata da una densa concentrazione mafiosa, se non si appartiene alla mafia non si è nessuno in un periodo di spietati omicidi e lotte intestine sfociate in un centinaio di persone affiliate uccise, è guerra senza limiti fra i vari clan per il controllo della città e delle redini dell’organizzazione.

La posizione di uomo politico di punta soprattutto a livello governativo avrebbe manifestato la propria disponibilità – sollecitata o accettata da Cosa Nostra – a compiere interventi in armonia con le finalità del sodalizio ricevendone in cambio la promessa, almeno parzialmente mantenuta, di sostegno elettorale alla sua corrente e di eventuali interventi di altro genere. Sulla bilancia della giustizia da una parte si depongono i peccati e dall’altra i meriti, a Palermo la bilancia traboccò dall’altra parte, non da quella che si aspettavano i cronisti, questi stessi cronisti ed inviati che da quel momento in poi potranno scrivere la parola “collusione” con la politica. Gli interrogativi restarono, non si fecero i classici dibattiti, anzi in verità nessuno li fece e sul senatore a vita si preferì far calare il silenzio, si vide qualche volta in aula, qualche discorso, nessun incarico di rilievo gli venne più richiesto o conferito, nella vita politica si era dileguato, alla storia lascia un pesante fardello pieno di dubbi e perplessità. La sensazione da più parti è che la classe politica voglia dimenticare, solamente dimenticare al più presto, un politico prima osannato e poi divenuto scomodo.

Ci sono segreti destinati a non essere mai rivelati, in Sicilia ce ne sono forse molti di più che altrove. Il perché di una spiegazione da parte dei nostri lungimiranti politici non è arrivata, e non arriverà mai.  Quale potrebbe essere? O meglio ci potrebbe essere una spiegazione diversa, in contrasto con la sentenza? A dieci anni di distanza non trapela nulla. Se un imputato partecipa ad un reato è colpevole, ma se non partecipa, pur essendo a conoscenza del reato, allora è colpevole lo stesso, almeno per il diritto.

In conclusione del verdetto “il sodalizio”, come lo hanno chiamato i magistrati, c’è stato, il quadro probatorio è molto chiaro, i riscontri confermano la tesi della pubblica accusa.

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S. Ferrara laureato in sociologia, indirizzo Economia e del Lavoro, presso l’università di Urbino, ha collaborato e collabora attualmente con siti web, giornali e riviste locali e nazionali, è giornalista e scrittore. Vive e lavora a Roma.