Caso Marco Dominici: la verità è possibile

chi l'ha visto

È il 26 aprile 1970. Una domenica di primavera a Roma. Marco Dominci ha trascorso il pomeriggio all’ Istituto Salesiano Don Bosco dove è stato trasmesso un film. Una domenica  tra bambini all’ Oratorio vicino casa nel quartiere Centocelle. Marco ha sette anni e sta tornando a casa. Il bimbo non arriverà mai dai suoi familiari e mai più verrà rivisto da qualcuno. Scomparso, rapito. Le indagini non vengono a capo di niente. Marco è sparito nel nulla.

Si è cercato ovunque. Tutte le piste sono state percorse e i luoghi perlustrati ma di Marco nessuna traccia. Scomparso, sparito, forse rapito.

Sette anni dopo tre ragazzi si infilano nei tunnel del Forte Prenestino alla ricerca di reperti bellici. Mentre girovagano alla ricerca di qualcosa d’ interessante si imbattono in delle scarpette e dei brandelli di abiti. Scatta l’ allarme. Il tunnel è quello che si trova vicino Via dei Ciclamini. Sotto l’ Istituto Salesiano Don Bosco e vicino la casa di Marco Dominici.

Vengono ritrovati dei resti, un mucchietto di ossa verranno definiti. Gli inquirenti non hanno dubbi: si tratta del corpo del povero Marco. Le scarpette sono quelle che lui indossava la sera della scomparsa. I brandelli di abiti dovrebbero essere quelli del bimbo.

Il padre, intervistato molti anni dopo, dirà: “i vigili del fuoco avevano setacciato quel tunnel infilandosi dentro. Non c’era nulla. Non potevano non averlo visto”.

Intanto il caso Dominici aveva avuto un suo percorso, un suo iter. I monaci salesiani avevano indicato come possibile colpevole della scomparsa di Marco un giovane con disturbi psichici appena uscito dal manicomio in quel aprile del 1970. Il presunto colpevole era già stato allontanato dal’ oratorio per molestie ai bambini.  Tutto sembrava avere un senso, tutto sembrava facile da comprendere. Il giovane fu subito accusato di omicidio ma in sede processuale, sia in primo che in secondo grado, fu assolto. Nessun indizio lo avvicinava o lo rendeva partecipe di quegli eventi.

Nel 1977 però non ci sono dubbi: Marco Dominici è stato ritrovato. Quello rinvenuto nel tunnel del Forte è il suo corpo. Ma come è arrivato li ? Cosa è successo al piccolo Marco? Come è morto ? Nessuna risposta ma le indagini vengono considerate chiuse.

I familiari non sono convinti né lo saranno mai.

È il 2011 quando il padre Roberto, intervenendo a “Chi l’ ha visto”, riporta alla ribalta il destino del piccolo figlio. Marco per la sua famiglia e anche per la famosa trasmissione è da ritenersi scomparso . Quel corpo non è il suo si dice o almeno i dubbi sono tanti.

Oggi la famiglia chiede per mezzo del suo difensore Avv. Caterina Caruso la riapertura del caso: “ è stata presentata istanza per la riapertura delle indagini preliminari presso la Procura di Roma alla cortese attenzione del procuratore capo dott. Giuseppe Pignatone.  Si chiede alla Procura di predisporre la riapertura delle indagini ed effettuare l’ analisi del DNA estraibile dalle spoglie asseritamente appartenenti al piccolo Marco Dominici, nonché dalle tracce biologiche ancora presenti sui reperti che furono all’ epoca rinvenuti accanto al cadavere. I reperti analizzati con l’ ausilio delle nuove e più sofisticate tecniche d’ indagine, non disponibili all’ epoca dei fatti, offrono garanzia di totale affidabilità e precisione. L’ analisi del DNA potrebbe consentire di confermare che quei resti siano effettivamente riconducibili a Marco Dominici, oltre a permettere l’ identificazione di altre tracce  biologiche appartenenti a soggetti estranei”. Conclude poi il legale: “Oggi è possibile conoscere la verità”.

La famiglia ha nominato, quale consulente di parte, il Generale Luciano Garofalo che presiederà a tutte le operazioni.

Il padre Roberto, intervenendo qualche mese fa alla trasmissione “I Fatti Vostri”, parla del figlio, racconta quelle ore drammatiche ma ancor più parla del dramma più grande che è quello di convivere con il non conoscere la verità: “ Io spero sempre che un giorno mio figlio bussi alla porta. Vorrei che venissero riaperte le indagini. Voglio avere la possibilità di sapere se dietro quella lastra di marmo al cimitero ci sia o no mio figlio”.

La madre del piccolo Marco non hai mai potuto conoscere la verità. Il padre e i fratelli vorrebbero che questo non succeda pure a loro.

È dovere di uno Stato quello di venire a capo dei fatti. È dovere di uno Stato quello di perseguire un possibile reo che potrebbe vivere tra di noi. È dovere di uno Stato mettere il punto in una indagine soltanto quando questa sia realmente conclusa. È doveroso far si che un padre possa conoscere, quando come adesso è possibile, il destino avuto dal proprio figlio.  Lo si deve al piccolo  Marco, lo si deve alla Giustizia.

                                                                                                                      Marco G Caruso

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