Eutanasia: dichiarazioni shock dei medici che la praticano

ospedale

Ritorna alla ribalta in questi giorni il tema dell’eutanasia.

La medicina con tutte le sue evoluzioni ha portato con il tempo all’emergere di nuove problematiche, in particolare, la possibilità di assistere il paziente con mezzi meccanici e le terapie volte a “sostituire” la vita hanno portato ad un allungamento della vita notevole, anche nel caso di patologie che non hanno via d’uscita. Questo stato di cose ha portato sempre più l’emergere di tematiche nuove ed impensabili anche solo 10 anni fa, tra esse di primaria importanza sono i temi etici come eutanasia, fine vita, accanimento terapeutico, temi che a lungo la classe dirigente ha evitato di affrontare se non a sprazzi, come ad esempio nel caso Eluana Englaro e nel caso Welby, storie che hanno smosso le coscienze, ma alle quali non è seguito un preciso impegno da parte delle istituzioni volto a dare libertà di scelta. Voglio solo ricordare che a Welby furono negati i funerali.

Dichiarazioni: centinaia di persone aiutate a morire con l’eutanasia

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Oggi si parla nuovamente di eutanasia, fine vita, accanimento terapeutico perché due medici hanno rilasciato interviste sconvolgenti. La più importante è del Dott. Giuseppe Maria Saba di 87 anni e ormai in pensione, un professore in anestesiologia e rianimazione. Afferma di aver aiutato centinaia di persone a morire e lo ha fatto per senso di pietà. Nell’intervista rilasciata, il Dott. Saba fa anche precisazioni sull’uso dei termini, afferma che i medici che parlano di desistenza e non di eutanasia in realtà è come se, in buona fede, propinassero un falso storico, nel senso che la desistenza implica che sia cessata la ventilazione e la respirazione artificiale il che significa concedere la persona alla morte.
Il Dottor Saba parla anche del momento in cui è giusto intervenire e afferma di averlo fatto quando era il paziente a chiederglielo e lui in quanto medico si rendeva conto che il paziente aveva ragione nel voler porre termine alla propria agonia.
Oltre a questa dichiarazione, un’altra nelle stesse giornate arriva dal Dott. Sabatelli del policlinico Gemelli di Roma in cui occupa il ruolo di responsabile del centro SLA. La giusta premessa è che il Gemelli è un ospedale Cattolico. Il Dottore ha affermato che lui cerca di calibrare proporzionalità ed etica, non somministra farmaci, ma evita l’accanimento terapeutico quando è il paziente a chiederlo. Afferma il medico, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, che chi si preoccupa di incorrere nel reato di omicidio del consenziente, non ha a cuore il paziente.
Entrambi questi interventi sono accomunati da una precisa richiesta, ovvero una legge che disciplini l’ eutanasia in modo da dare al paziente la possibilità di scegliere e, aggiungo, al medico di operare sotto la tutela di una legge.
Le parole rilasciate dal Dott. Sabatelli sono molto forti, sono le parole di chi sta vicino ad un paziente, parla dei tracheostomizzati e afferma che la tracheostomia è un intervento straordinario, non ordinario e come tale abbisogna del consenso informato del paziente e quindi può essere evitato se il paziente non vuole.

La pressante esigenza di tutela nella quotidianità del malato

Se questi sono i medici che apertamente squarciano il velo di ipocrisia che copre lo scottante tema dell’eutanasia, altri dati vengono taciuti, si fa finta di non vederli per non offendere coscienze, o non si sa per quale motivo…in realtà non è così raro, e chiunque ne ha avuto esperienza lo sa, trovare medici che silenziosamente aiutano ad affrontare il trapasso in modo dolce, evitando cure, evitando accanimenti, evitando dolori, in quella strana simbiosi che si crea tra famiglie e medici che, quando funziona, crea intorno al paziente un ambiente armonico e di tutela, fatto anche di non detti che in realtà sono molto chiari. Tutela dalla malattia, tutela dal dolore, tutela dalla burocrazia, dalle ideologizzazioni. Poi si creano, a volte, dei black out soprattutto nei passaggi di presa in carico di un paziente. I passaggi di presa in carico si hanno, ad esempio, quando un paziente ha avuto una diagnosi infausta, allora il centro specializzato che fa ricerca e cura non segue il paziente per cui non può fare assolutamente nulla per curare la patologia, si dedica alla persone che possono essere salvate. Questo non vuol dire che il paziente sia di serie B e debba essere scartato, significa che deve ricevere tutele adeguate al suo stato di salute. Il paziente passa in carico ad un equipe, di solito gestita dai servizi sanitari locali, che cura solo il dolore e quando necessario l’alimentazione forzata. Qui i compiti si stravolgono perché alcuni medici calcano la mano creando una vita del tutto artificiale con funzioni del tutto innaturali svolte tramite farmaci. In questo sistema se qualcosa non funziona, il paziente deve cercare medici più in linea con il proprio pensiero.
Il problema è nella ideologizzazione che si fa della questione, la stessa allontana dalla realtà del paziente, infatti, c’è molta differenza tra omicidio del consenziente e accompagnare il paziente al fine vita in modo dolce e con il minor disagio possibile per il paziente, il fatto che la Chiesa e la legge non provvedano a riconoscere tali differenze, priva di senso di umanità la stessa legge e la stessa Chiesa, in modo però ipocrita perché poi uno incontra persone che tutte le domeniche sono in chiesa e che non ritengono sia peccato evitare l’accanimento terapeutico, perché una vita completamente artificiale che non esisterebbe senza quella artificialità a 360°, è accanimento terapeutico. Intanto ecco due articoli del catechismo che confermano come in realtà la Chiesa non è formalmente contraria ad atti di umanità volti ad aiutare il paziente. Lungi dal voler interpretare questi due articoli, li lascio al lettore che deve poi capire se alcuni trattamenti sono o meno accanimento terapeutico sproporzionato rispetto ai risultati o se corrispondono a cure di ordinario o straordinario.
2278 L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.
Ricordo, infine, che vi sono Paesi in cui l’eutanasia è permessa, come ad esempio il Belgio, QUI un approfondimento, mentre in Italia le lotte per il riconoscimento del diritto di scegliere sono portate avanti dall’Associazione Luca CoscioniMina Welby.

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