Gravity

L’universo. Uscire dal mondo conosciuto per vederlo dall’esterno e averne una cognizione visiva unica. Viaggiare nello spazio, oltre ovviamente a regalare l’emozione di vedere la Terra dall’esterno, significa anche esplorare quello che ci circonda nel senso più ampio del termine. Oltrepassare i cosiddetti limiti dell’uomo, riuscito in epoca moderna ad elevarsi oltre l’orizzonte conosciuto promuovendosi a viaggiatore dello Spazio.

Queste sono le ambizioni dell’uomo, di tutti quelli che fin da piccoli desiderano fare l’astronauta, ma anche di tutti quelli che pur sognando di voler fare il medico almeno una volta hanno avuto la curiosità di sapere cosa c’è oltre il manto celeste che abbiamo sopra la testa.

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Detto così sembra la cosa più grandiosa del mondo, la sensazione più memorabile che un essere umano potrebbe mai provare (e forse lo è), ma siamo sicuri che tale emozione sia più forte di quanto lo sia la voglia di tornare con i piedi per terra?

 

Gravity, il film di Alfonso Cuaròn che vede come protagonista una grande Sandra Bullock, esplora (oltre che lo spazio) proprio questo dilemma. Il titolo suggerisce un tema, quello della forza di gravità, che nel film non costituisce solo l’elemento principale mancante, dal momento che ci troviamo nello spazio, ma rappresenta soprattutto lo spirito di sopravvivenza dell’uomo.

Il film, candidato a ben 10 premi Oscar (la cerimonia al Dolby Theatre di Los Angeles è ormai vicina), vede una squadra di astronauti alle prese con dei lavori di manutenzione sul telescopio Hubble. In un altro punto intorno all’atmosfera terrestre esplode un satellite russo i cui detriti iniziano a viaggiare intorno all’orbita del pianeta. La collisione tra questi e la squadra sembra inevitabile.

Il regista de I figli degli uomini allestisce una girandola di vicende che tiene lo spettatore incollato alla poltrona. Personalmente mi sono sentito pervadere da una costante tensione durante tutto il film. E’ una cosa non da poco realizzare, oggi, un’opera così magnetica da riuscire a far trascorrere 90 minuti quasi come se fossero 30.

Questo ovviamente è solo l’aspetto più superficiale ed evidente. C’è molto di più dentro un film che uno come James Cameron ha definito “il miglior space movie di sempre” e che altri hanno accostato alla poesia narrativa di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Senza contare le numerose nomination ai premi Oscar, è doveroso dire quanto Cuaròn abbia contribuito tecnicamente ad una nuova concezione di raccontare lo Spazio al cinema. Il lunghissimo piano sequenza iniziale che apre il sipario sul film non è soltanto un virtuosismo registico per renderci partecipi della vista suggestiva di cui godono gli astronauti. E’ anche il mezzo di cui il regista si serve per dare una prima cognizione sulla caratterizzazione dei personaggi. Le sequenze successive, i dialoghi e le situazioni che in modo stupefacente vedono in gran parte un solo attore sulla scena, vanno a costruire una serie di eventi caratterizzati dall’unico obiettivo di restare in vita. Un obiettivo il cui raggiungimento è ostacolato dall’assenza di gravità. L’inquietudine che lo spettatore è spinto a sentire sulla propria pelle insieme all’ingegnere biomedico interpretato dalla Bullock, è proprio dettata dalla consapevolezza di quello che potrebbe accadere in assenza di gravità e dalle conseguenze inevitabilmente prodotte.

Il film è quindi composto da affascinanti tematiche e supportato da una qualità visiva impressionante, ma ovviamente questi elementi non avrebbero la stessa presa senza la storia dei personaggi e i rapporti che si instaurano tra loro. Il background della protagonista e del co-protagonista (un George Clooney perfetto nel ruolo) viene appena accennato durante una delle sequenze mozzafiato di contemplazione della sfera terrestre e demandate all’immaginazione dello spettatore. Questo modo di narrare la storia di un personaggio consente di affezionarsi ad un personaggio e di rendere vivide le drammatiche vicende che in quel momento egli sta vivendo.

E’ così che mi sono ritrovato a tifare per la sopravvivenza di una persona la cui storia commuove e appassiona ma questo ha lasciato spazio poi alla consapevolezza di sostenere semplicemente la voglia di vivere di ogni essere umano, che talvolta viene dimenticata o momentaneamente offuscata, dando per scontate tante a tante cose. Una voglia di vivere incarnata da un astronauta che sembra non avere motivi per voler tornare sulla Terra a condurre una vita normale, con gioie e dolori che ne fanno parte. Sarà proprio la presa di coscienza che dopotutto vale sempre la pena combattere a convincere l’astronauta a tentare il tutto per tutto per tornare sulla Terra, per tornare a casa.

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