Registrati | Accedi Area utente

L’India alle urne, la più grande mobilitazione democratica

scritto il 14 Apr 2014 da in Esteroarticolo letto 907volte

indian polls

Si presta in questi giorni all’attenzione mondiale il più imponente fenomeno democratico degli ultimi anni. Il 7 aprile l’India ha dato il via alle elezioni per una delle due camere del Parlamento, il Lok Sabha, che porteranno alla distribuzione di 543 seggi (uno per ogni circoscrizione), con la conseguente nomina del primo ministro. Le spese elettorali devono tener conto dei circa 815 milioni di elettori, dunque si parla di cifre vertiginose. Quasi la metà sono giovani sotto il 30 anni; 100 milioni i ragazzi che hanno acquisito da poco il diritto al voto.E’ auspicabile pensare, quindi, che la nuova generazione sia particolarmente sensibile al tema del lavoro; ogni partito, a suo modo, cerca consensi in questo campo.

Una novità è anche il tentativo di un maggiore coinvolgimento delle donne. Nei villaggi più arretrati normalmente non hanno diritto di scelta e seguono le preferenze del marito o del padre. Ma le statistiche che le vedono come elettrici emancipate sono in aumento. A sedere al governo e in altri ruoli istituzionali sono per il momento l’11%.

Per gli spogli si dovrà attendere fino al 16 maggio: le elezioni infatti andranno avanti per ben 5 settimane, suddivise in 9 turni, e termineranno il 12 maggio. Un’orchestrazione meticolosa ma democratica, che suddivide in circoscrizioni i 35 stati e territori di cui è composta l’India. La circoscrizione più simbolica è sicuramente quella di Varanasi, la città sacra agli hindu, bagnata dalle acque del fiume Gange. Due dei leader più influenti di queste elezioni si sono candidati qui e, oltre a darsi battaglia l’uno contro l’altro, sfidano lo storico Congress Party. Narendra Modi e Arvind Kejriwal rappresentano la novità politica, dopo dieci anni di governo di Manmohan Singh.

Narendra Modi

Modi, grandissimo oratore e arringatore di folle, ha alle spalle un partito di destra nazionalista, il Bharatiya Janata Party (BJP). E’ ancora capo ministro dello stato del Gujarat, in carica dal 2001; lo stato attraversa tutt’ora un periodo di crescita sorprendente, soprattutto se paragonato al trend inverso del resto dello stato, la cui crescità è ferma al 5%. Grazie a semplificazioni burocratiche, liberalizzazioni sfrenate e costruzione di infrastrutture, Narendra Modi può assumersi parte del merito di questa ascesa. Ed è anche uno dei motivi per cui i sondaggi lo danno già come vincitore. Nonostante si presenti “pulito”, incorruttibile, riemergono oscuri rapporti con il passato: come la sospetta complicità nel massacro del 2002, ad Ahmedabad, quando oltre 2000 musulmani vennero trucidati nelle guerriglie urbane; gli hindu si vendicarono di un probabile attentato a un treno. L’intervento delle forze dell’ordine fu superficiale, addirittura fazioso in certi casi. Modi fu indagato, ma non si trovarono prove decisive per condannarlo. Gran parte dei religiosi musulmani vivono nel terrore questi giorni di transizione del governo. Naturalmente, Modi garantisce rispetto assoluto delle altrui fedi e pace sociale. I suoi detrattori lo accusano anche di essere un despota nel suo partito, di mettere a tacere le minoranze. E in effetti non si può dire che la campagna elettorale del BJP non sia incentrata tutta sul personaggio. C’è anche il fatto che lo sviluppo economico non si sia accompagnato a uno sviluppo umano rilevante, per cui i tassi di povertà e analfabetismo sono rimasti quasi invariati.

Arvind KejriwalL’outsider vero e proprio è l’Aam Aadmi Party (AAP), il partito dell’uomo comune, letteralmente, guidato da Arvind Kejriwal. Il partito si propone una lotta serrata alla corruzione nel paese, incarnata, secondo loro, dall’Indian National Congress. Kejriwal è stato, fino al 14 febbraio di quest’anno, capo ministro del territorio di Delhi. Ha rassegnato le proprie dimissioni appena 49 giorni dopo la sua elezione: non era riuscito a far passare il decreto anti-corruzione che aveva promesso in campagna elettorale. Con questo gesto simbolico, visto dai più come una nobile scelta, è balzato all’attenzione di tutti i media, indiani e non. L’ AAP è convinto che le perdite dovute alla corruzione siano di 8 miliardi l’anno; secondo certe stime il volume del mercato nero tocca quasi il 50 % del Pil. Recuperare queste risorse basterebbe a risanare l’economia. Poi, ovviamente, si aggiungono le proposte di politica economica. I sondaggi danno l’AAP in crescita: anche se non vincerà, si imporrà come terzo polo in parlamento tra la sinistra del Congress e la destra del BJP; il vincitore dovrà ricorrere a una coalizione di governo con i piccoli partiti per avere una maggioranza accettabile.

Infine c’è Rahul Gandhi, candidato dalla madre Sonia Gandhi, l’ultimo erede della generazione Nehru-Gandhi a cui è strettamente legato l’Indian National Congress (INC). Sul partito pesano le accuse di aver causato la recessione economica, i cui effetti stanno svanendo, in realtà: qualunque partito prevalga, è previsto un rialzo del pil nel 2014 e negli anni a seguire. Rahul non è all’altezza dei suoi avversari, non convince. Gioca sul discredito del principale avversario, Modi, cerca di mostrarne il vero volto di fondamentalista ed estremista. La madre lancia appelli in televisione per mettere in guardia dall’autoritarismo e dalle profonde spaccature che potrebbe causare il leader de BJP.

La società indiana è complessa: gruppi di guerriglieri maoisti compiono attentati quotidianamente, musulmani e hindu hanno rapporti diversi a seconda della zona; si parlano più di 4000 varietà di dialetto in tutto il territorio indiano, le minoranze religiose abbondano. Il futuro governo deve saper armonizzare un popolo di 1,2 miliardi di persone e cercare di condurlo verso il progresso, economico e umano.

Share Button

OkNotizie
stefano di bartolomeo

stefano di bartolomeo

Gli articoli di (20)

facebook facebook
Articoli recenti