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Maps to the stars

scritto il 26 Mag 2014 da in Cinemaarticolo letto 598volte

map to the stars

USA/Canada/Francia/Germania ’14, drammatico
Regia di David Cronenberg, con Julianne Moore (Havana Segrand), Mia Wasikowska (Agatha Weiss), John Cusack (dottor Stafford Weiss), Sarah Gadon (Clarice Taggart), Robert Pattinson (Jerome Fontana), Olivia Williams (Christina Weiss), Evan Bird (Benjie Weiss), Dawn Greenhalgh (Genie), Carrie Fisher (sé stessa).

Brucia Hollywood, bruciano le sontuose ville dei divi, bruciano i loro incubi, alte fiamme si levano dai loro corpi. Non c’è un piromane in giro, è semplicemente dietro la macchina da presa e ha un nome ben preciso e fa il regista. E non c’è nessuno che chiama i pompieri: che tutto bruci!
Se Cronenberg nei suoi primi celebri film, ormai veri cult, mostrava le ferite della mente dell’uomo, subite dall’influenza di agenti esterni piombati sull’umanità, in primis la televisione, infernale macchina manipolatrice, dopo il “doppiaggio” della boa rappresentata dal controverso A dangerous method, oggi vediamo trasformarsi le deformazioni mentali in cicatrici del corpo. Tutti i personaggi di questo film hanno ferite che nascondono, celate da vestiti o capelli, quietate da psicofarmaci, sepolte in un passato che non voglio ricordare ma che viene sempre a galla.hollywood
Il trait d’union tra luoghi e personaggi è una corda a doppio filo, rappresentato da una limousine e da una poesia. Ancora la grossa auto quindi, dopo Cosmopolis e con lo stesso Robert Pattinson, che collega i luoghi disegnando una mappa tra le abitazioni delle stelle hollywoodiane, ed è ancora una volta sede di approcci, conoscenze e sesso. La poesia invece è quella di Paul Eluard, La Libertà, che diventa la preghiera rituale nei momenti topici, il mantra recitato dal personaggio più misterioso della trama: Agatha.

“Su tutte le pagine bianche Pietra sangue carta cenere Io scrivo il tuo nome: Libertà”

Ma chi è Agatha e perché è arrivata sulle colline del Cinema ? e perché proprio in un luogo ridotto in macerie, metafora della vita dei divi hollywoodiani, di questi “nuovi mostri”?
Cronenberg, contrapponendo alle calde fiamme del fuoco le loro gelide vite, si diverte a esporli davanti a specchi deformanti. Nessuno di loro ha un aspetto umanamente accettabile.

C’è l’attrice cinquantenne Havana, ormai all’inizio del suo declino artistico e completamente immersa nelle nevrosi, meschinerie e volgarità della stella cadente. Ha una sola fissazione: ottenere la parte del film che gireranno sulla vita della mamma, anch’essa famosa attrice, morta in circostanze tragiche. C’è Stafford Weiss, il famoso guru delle celebrità, predicatore della psicologia e allenatore della mente delle “stars”, ma che non riesce in casa sua a tenere sotto controllo la stabilità mentale dei suoi familiari tanto che nel momento più difficile userà la violenza fisica. C’è Christina, sua moglie, completamente succube delle anomalie della famiglia e dell’ambiente in cui vive, sempre sull’orlo della crisi nervosa che ovviamente arriva e nella maniera più drammatica.

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C’è il loro figlio Benjie (il più antipatico tra questi insopportabili personaggi), un adolescente già divo delle serie televisive e già reduce da cure disintossicanti che, come il Cole Sear de Il sesto senso, vede e parla con bambini morti. C’è una sfilza di altri mostri moderni e sorridenti che abitano queste case vagando tra shopping e cocktails e soprattutto e sopra tutti c’è Agatha, portatrice non sana delle vere cicatrice corporee, che arriva – o meglio, torna – rimettendo lo scompiglio e il disordine mentale che aveva lasciato e mai dimenticato. Personaggio misterioso ed emblematico allo stesso tempo, Agatha si fa reintrodurre nel mondo che tanto desiderava rivedere da un autista di limousine, Jerome, che pare sia l’unico ancora normale in questo panorama di persone anomale: sarà proprio lui il Caronte che, con la sua grande auto, traghetterà questi corpi senza anima verso la tappa finale.
In questo quadro di raggelante deformità, il grande e inimitabile Cronenberg irride e distrugge il mondo dello star system con il suo personale stile e non risparmia nulla e nessuno. Con la sua impeccabile regia dirige una grande attrice che dà una ulteriore conferma delle sue capacità: la splendida Julianne Moore è esemplare e dimostra che anche con i suoi quasi 54 anni si possono avere delle ottime occasioni per essere protagoniste in film importanti. Accanto a lei sono da evidenziare le prove dell’ormai affermato (e a quanto pare attore cronenberghiano) Robert Pattinson e della sempre più interessante Mia Wasikowska, che da L’amore che resta in poi ha preso il volo e non la ferma più nessuno. Un ultimo elogio va fatto per la musica del pluripremiato Howard Shore, già vecchio collaboratore del regista canadese, che in alcuni frangenti ricorda – anche per attinenze di contenuti – vaghe atmosfere lynchiane.
E se il fuoco distrugge e poi si può ricostruire, e se purifica e disinfetta, Cronenberg ha dato alle fiamme Hollywood al suo primo film americano: chissà cosa ha in progetto per il secondo! E intanto, che Hollywood bruci pure!
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