Pedopornografia. Adeguamento della normativa italiana a quella europea

images (2)

Dal combinato delle definizioni tratte dall’enciclopedia Treccani e dal dizionario Zingarelli, possiamo definire pornografica quell’immagine che rappresenta la sessualità “in maniera esplicitamente provocante e sfrontata, staccata da qualsiasi riferimento a emozioni di carattere individuale; la persona coinvolta deve risultare ridotta a mero oggetto della libidine sessuale” del soggetto attivo. Accanto a questa interpretazione oggettiva, seppur condivisa dalla dottrina maggioritaria, se ne affianca un’altra prettamente teleologica che valorizza il bene giuridicamente tutelato dalla normativa, ossia l’integrità fisica e psichica del soggetto passivo. Pertanto per pornografia si intende tutto ciò che offende la dignità della persona il cui corpo viene reificato, non senza gravi conseguenze psicologiche, in funzione della soddisfazione delle altrui pulsioni sessuali: il soggetto passivo viene infatti completamente spersonalizzato e considerato un mero oggetto, sostituibile in qualsiasi momento, finalizzato all’appagamento della lussuria del fruitore.
Strettamente correlato al concetto de quo, con il termine pedopornografia – o pornografia minorile – ai sensi dell’articolo 600-ter comma 8 del Codice Penale italiano, opportunamente integrato dalle leggi 38/2006 e 172/2012, si fa riferimento a “ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in esplicite attività sessuali, reali o fittizie, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore degli anni diciotto per scopi sessuali”. Avendo interiorizzato il contenuto dell’articolo 20 della Convenzione di Lanzarote, la definizione de qua ricomprende nel concetto di pornografia anche il semplice materiale iconografico il quale, dotato di intrinseca plasticità, sia finalizzato al soddisfacimento dell’altrui concupiscenza.
È quindi possibile classificare la pedopornografia in tre tipologie. In quella reale rientrano immagini che ritraggono il minore compiere atti di auto/etero-erotismo: nel secondo caso, per la configurazione della fattispecie in esame, è necessaria la presenza di terzi, siano esseri umani o – addirittura – animali. La categoria apparente ricomprende tutte quelle rappresentazioni solo sensibilmente realistiche di un evento in cui è implicata una persona inferiore agli anni quattordici, la cui vista desta l’impressione che si tratti del compimento degli atti sessuali che ricadono nella precedente tipologia. Affinché il requisito del “destare l’impressione” possa risultare integrato non è tuttavia necessario provare concretamente che la performance riportata nell’immagine sia effettivamente posta in essere. Nella fattispecie rientrano, pertanto, anche quelle rappresentazioni le quali, a causa di artifici tecnici, rimandano semplicemente all’impressione di stare assistendo a scene sessuali reali. È tuttavia necessario sottolineare che le condotte afferenti alla categoria reale, così come quelle ricomprese nella tipologia apparente, sono penalmente rilevanti anche se compiute nei confronti di soggetti minori degli anni diciotto. Infine, con l’espressione pedopornografia virtuale si fa riferimento a quelle rappresentazioni prodotte, interamente o parzialmente, attraverso l’utilizzo della strumentazione telematica e che abbiano per oggetto il compimento di atti esplicitamente sessuali.
Nell’ordinamento italiano la fattispecie giuridica di riferimento in tema di pornografia minorile è rappresentata dagli articoli 600ter, 600quater, 600quater1 e seguenti, contenuti nel Titolo XII del Libro II del Codice Penale e modificati nel tempo grazie all’accoglimento di varie direttive europee, la principale delle quali è senza dubbio quella integrata dalla legge 172/2012, con cui è stato possibile aggiornare la legislazione nazionale, così da prevedere più efficaci mezzi di contrasto allo sfruttamento e all’abuso sessuale dei minori. Cerchiamo quindi di analizzarle in maniera più dettagliata.images (1)
Il primo comma dell’articolo 600ter c.p. contiene una dettagliata indicazione delle condotte punibili “con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000” poste in essere da un soggetto non definito, ma indicato dal generico “chiunque”: trattasi quindi di reato comune. Ciò premesso, nella sua formulazione originaria, il comma de quo incriminava una serie di condotte di sfruttamento, fattispecie duramente criticata dalla dottrina prevalente in quanto necessariamente correlata a finalità lucrose escludenti, quindi, tutte le forme di barbaro utilizzo del minore non connotate da tale finalità, ma implicanti una necessaria abitualità che non consentiva di intervenire dopo un singolo episodio. Si richiedeva, pertanto, l’esigenza di una struttura organizzativa della condotta in questione, la quale doveva inoltre essere svolta secondo una non ben determinata “modalità imprenditoriale”. Ne derivava che la punibilità era esclusa in tutte quelle “esibizioni” prive di finalità lucrative.
Parzialmente diversa era la posizione di una parte della giurisprudenza la quale, partendo dal presupposto che il reato de quo fosse una fattispecie di pericolo in funzione di cui erano sanzionate anche le attività predisponenti alla diffusione del materiale pornografico, affermava che la punibilità non potesse escludersi ogni volta che vi fosse una concreta minaccia per il bene giuridico tutelato dalla norma, ossia l’integrità psico-fisica del soggetto passivo. Pertanto dati fattuali come lo scopo di lucro e il carattere organizzato dell’attività erano certamente sintomatici di tale fattispecie, ma non indispensabili per la sua configurazione. In funzione di queste istanze il legislatore, tramite la legge 38/2006, ha sostituito il concetto di sfruttamento con quello di utilizzazione per sanzionare qualunque tipo di impiego deviante dei minori.
Altrettanto ampio è il concetto di produzione di materiale pornografico per il quale la giurisprudenza, secondo un’interpretazione estensiva dello stesso, ha ammesso la sussistenza del relativo reato allorché fosse individuabile la finalità di eccitamento tramite lo sfruttamento del minore. Più in generale si afferma che, ai fini dell’integrazione del reato de quo, per materiale pornografico deve intendersi, ai sensi della decisione quadro del Consiglio Europeo 2004/68/GAI del 2003, tutto ciò che ritrae o rappresenta visivamente un minore degli anni diciotto coinvolto in un’esplicita condotta sessuale, compresa la semplice esibizione lasciva dei genitali.
Il secondo comma dell’art. 600ter punisce coloro che commerciano materiale pedopornografico ma, a differenza di quanto stabilito nel comma precedente relativamente al concetto di sfruttamento, il legislatore ha ritenuto che il reato sia integrato anche con un singolo atto, non essendo richiesto il requisito dell’abitualità.
Il terzo comma della fattispecie de qua incrimina le condotte di distribuzione, divulgazione, pubblicizzazione e, in funzione della legge 38/2006, diffusione effettuate tramite qualsiasi mezzo, con particolare attenzione allo strumento telematico, esplicito riferimento alle problematiche connesse alla pedopornografia fruibile sul web. Dal testo si evince che si tratta di attività dirette a una pluralità indifferenziata di destinatari: questo elemento è utilizzato per distinguere le condotte in esame dal commercio – comma 2 – e dalla cessione – comma 4 – poiché, se la prima richiede il requisito dell’organizzazione imprenditoriale, la seconda si caratterizza per la sua occasionalità, nonché per la sua possibile gratuità.
Il quinto comma infine, introdotto anch’esso dalla legge 38/2006, prevede una circostanza aggravante speciale, limitata alle ipotesi riportate al terzo e al quarto comma e relativa al caso in cui il materiale pedopornografico sia di ingente quantità, parametro che tuttavia il legislatore non ha ben definito, lasciando così ai giudici il compito di definirlo.
Nel 2012, al fine di adeguare l’ordinamento interno alle innovazioni emerse dalla Convenzione di Lanzarote, il legislatore italiano, tramite la legge 172, ha rimodulato completamente la disposizione normativa di cui all’articolo 600ter c.p. Le modifiche hanno interessato in primis il comma 1, nel quale l’originaria fattispecie oggetto di incriminazione è stata parcellizzata, collocando le diverse condotte, in precedenza indistintamente elencate, in disposizioni autonome. Di qui la configurabilità di un concorso di reati nel caso di attuazione di più comportamenti riconducibili alle disposizioni previste dal primo comma dell’articolo 600bis – delitto di prostituzione minorile – come, ad esempio, induzione e favoreggiamento della stessa.
L’ipotesi delittuosa prevista dal primo comma dell’articolo 600ter c.p. ha riproposto la fattispecie di impiego di minori nella realizzazione di esibizioni pornografiche, alle quali si aggiungono gli spettacoli omonimi. Questo inserimento, appurato che non voglia costituire un’inutile endiadi, potrebbe far ritenere che la rappresentazione penalmente rilevante possa essere non quella rivolta a un pubblico indefinito, ma la fattispecie realizzata ad hoc per un soggetto determinato, come nel caso di esibizioni a contenuto pornografico fruite per via telematica dall’utente nella propria postazione: nella precedente versione, infatti, per la configurazione dell’esibizione era sufficiente che alla rappresentazione assistesse un numero non specificato di individui.images (4)
Relativamente al secondo comma, oltre a contemplare la pregressa condotta di induzione di minori alla partecipazione di esibizioni pornografiche, il legislatore ha previsto, in via aggiuntiva, quella di induzione a prender parte a spettacoli e quella di reclutamento per gli stessi fini, nonché la condotta potenzialmente lucrativa sulle suddette performances. Tuttavia, a una prima analisi, non si comprende perché l’elemento del profitto sia stato limitato ai soli spettacoli e non anche alle esibizioni: in realtà, una lettura più approfondita del comma in esame permette di ritenere che destinatario dell’incriminazione sia colui che comunque trae un guadagno dagli spettacoli ai quali il minore partecipa, mentre per rispondere dell’induzione o del reclutamento non sembra necessario aver conseguito alcun profitto.
Nessuna modifica è stata apportata relativamente alle fattispecie di commercio, divulgazione e cessione di materiale pornografico, previste rispettivamente ai commi secondo, terzo e quarto della norma de qua. Con riguardo all’ipotesi prevista dal terzo comma, i maggiori problemi applicativi sono relativi alla diffusione di materiale pornografico on line: non è detto infatti che tale condotta integri sempre l’articolo 600ter. Si vuole quindi affermare che non basta il semplice utilizzo di Internet per configurare la norma de qua, poiché occorre appurare che l’accesso al sito incriminato sia effettuato con una “connessione aperta” tale da permettere a un numero imprecisato di utenti di usufruire dei relativi contenuti. Solo in questo caso l’ipotesi di cui al comma 3 dell’articolo 600ter può considerarsi integrata.
È stata, al contrario, introdotta ai commi 6 e 7 una nuova fattispecie delittuosa che punisce “chiunque assiste alle esibizioni o agli spettacoli in cui siano coinvolti minori”, anche qualora la loro partecipazione sia del tutto passiva e marginale; la necessità di introdurre un’autonoma incriminazione per lo spettatore è divenuta, oltre che logicamente complementare, necessaria in quanto il testo della Convenzione di Lanzarote ne impone chiaramente la sanzione.
Mutuata dall’articolo 20 del documento medesimo, al comma 8 dell’articolo 600ter è contemplata la nozione di pedopornografia con cui abbiamo aperto la nostra analisi. L‘effettiva innovazione qualificante tale definizione è costituita dall‘assimilazione nel concetto di pornografia della rappresentazione plastica della nudità, purché finalizzata a “scopi sessuali” e di impatto tale da rendere evidenti le parti intime del minore.
Nessuna modifica, al contrario, è stata apportata al reato di detenzione di materiale pedopornografico, la mera visione del quale, purché non ne presupponga la sua effettiva detenzione, continua ad essere considerata penalmente irrilevante, rimanendo tuttavia discriminante ai fini della configurabilità della fattispecie disciplinata dall’articolo 600quater c.p. l’effettivo scaricamento delle immagini incriminate sul proprio terminale, anche solo per il tempo necessario alla loro visione.
Con la legge 38/2006 è stato infine introdotto il reato di pedopornografia virtuale, una fattispecie delittuosa autonoma che esprime la volontà del legislatore di rimanere sempre aggiornato sulle novità tecnologiche e sull’eventuale uso distorto che di esse può esser fatto. Ai sensi del comma 2 dell’articolo 600quater1 che ne disciplina l’utilizzo, per virtuale si intende qualunque tipologia di immagini che ricostruisce situazioni non reali, realizzate con le più svariate tecniche di elaborazione grafica sufficientemente raffinata da farle apparire vere: si fa quindi riferimento, ad esempio, a fotomontaggi digitali o all’utilizzo di scanner tramite i quali realizzare rappresentazioni dall’esplicito contenuto pedopornografico. L’ennesimo utilizzo deviante di ciò che la tecnologia può offrirci.

CONDIVIDI
Laureato in Scienze Criminologiche con la passione per la stesura di articoli inerenti criminologia - propriamente detta, non CSI tanto per capirci - e sicurezza.
Loading...