Il pensiero magico. Un’analisi socio-criminologica.

fig2

Sebbene ai sensi del DSM V – Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione – sia patognomonico del disturbo schizotipico della personalità, il pensiero magico è riscontrabile, seppur in forma contenuta, in buona parte della popolazione “normale”. Irrazionale alternativa al pensiero logico che segue generalmente un processo analitico ipotetico-deuttivo, la caratteristica principale di questo particolare “modus cogitandi” è rappresentata dalla cosiddetta partecipazione, in funzione della quale il soggetto si convince dell’esistenza di un rapporto fra due o più fatti differenti e totalmente inconciliabili. Sviluppando una progressiva empatia con la quotidianità, l’individuo si persuade di poterne penetrare l’ordinaria fenomenologia arrivando a reificarla, così da rendere correlabili gli eventi che la compongono in base a una mistica superiore la quale, nonostante l’obiettiva inconsistenza, tende a perpetuarsi grazie a un’altra caratteristica: la totale “impermeabilità all’esperienza”.
Nelle persone la cui psiche segue prevalentemente una modalità di ragionamento magico, quando l’esperienza contraddice le proprie convinzioni non è avvertita la necessità di spiegarne l’insuccesso. Ciò è possibile ricorrendo a tecniche di razionalizzazione in funzione delle quali l’evento viene messo in relazione a fattori diversi da quelli su cui si fondano gli abituali schemi cognitivi. In questo modo l’eventuale risultato inatteso viene ricondotto all’impossibilità di comprenderne la “logica” sottostante o al volere di entità superiori che hanno modificato il normale nesso eziologico che avrebbe dovuto garantirne il buon esito.
In altri casi il soggetto, perpetuando nell’analisi ossessiva delle dinamiche che hanno portato all’evento indesiderato, se ne attribuisce la colpa per averne propiziato l’infausto esito essendosi comportato in un modo piuttosto che in un altro.
Facciamo un esempio che, seppur semplicistico, ritengo efficace: una studentessa universitaria con la passione per il softball sta ultimando la preparazione di un importante esame. La sera precedente la prova decide di distrarsi partecipando a una partita con le amiche. Nonostante una strepitosa prestazione la sua squadra viene sconfitta di misura in zona Cesarini. Sebbene si trovi in una condizione di per sé stressante come la vigilia di un esame, in lei si fa strada un sentimento di angoscia che progressivamente si tramuta in ansia e in un fastidioso senso di colpa che le impediranno di passare la notte in tranquillità.
Il giorno seguente la professoressa la interroga su una parte di programma non adeguatamente compresa: grande imbarazzo e esame non superato. Non appena esce dall’aula la ragazza inizia a chiedersi dove possa aver sbagliato: una risposta errata non può aver determinato il suo fallimento. Deve esserci sicuramente altro. Ecco che nella sua mente iniziano a farsi strada le ipotesi più assurde – ai nostri occhi, non certo ai suoi – fino a quando non arriva a quella che secondo lei non può che essere l’unica spiegazione: l’aver perso la partita. Se avesse vinto sarebbe stata promossa, non c’è dubbio: tutte le altre volte che nei giorni precedenti un esame la sua squadra aveva trionfato, il giorno successivo un buon voto non le era mai stato negato. Eppure non aveva mai studiato tanto come per questa materia. Sì, è stata la sconfitta che l’ha fatta rimandare alla sessione successiva. Per forza. Non può che essere così. E basta.
images 3Ritengo che esempi del genere possano essere utili per comprendere le conseguenze della dominanza di una forma di pensiero magico: la rottura di un rituale consolidatosi con l’esperienza scatena nel soggetto una sorta di involontaria predisposizione al fallimento di una delle tante prove che la vita le riserva.
Nella fattispecie è molto probabile che invece di approfondire lo studio la ragazza, forte delle proprie monolitiche convinzioni, attenderà l’appello successivo preoccupandosi prevalentemente di farsi trovare nella forma migliore per la “partita di rito”. Invece di cercare di assimilare la parte di programma su cui si è dimostrata impreparata, concentrerà la sua attenzione sulla preparazione fisica allenandosi ogni giorno – e quindi sottraendo tempo prezioso allo studio – sicura che l’unico modo per superare l’esame sia vincere la sera precedente. Ecco che due eventi palesemente indipendenti, almeno secondo una logica razionale, vengono messi in relazione: la preparazione di uno diviene conditio sine qua non il buon esito dell’altro.
Paradossalmente poi, se nella fattispecie al successo in campo seguisse quello in aula, il modus cogitandi del soggetto si rinforzerebbe ulteriormente, così da essere applicato anche in altri ambiti della vita secondo il sillogismo “se X, allora Y” la cui resistenza, nonostante l’illogicità che lo contraddistingue, sarebbe suffragata dall’impossibilità di analizzare razionalmente il proprio comportamento. Nel tempo, infatti, il soggetto diventerebbe succube di questa modalità cognitiva che sarebbe costretto a seguire, nonostante qualcuno fosse riuscito a convincerlo della sua realmente intrinseca inconsistenza. È questa la condizione più drammatica: la paradossale persistenza nella stessa persona di due “volontà” speculari; una debole che vorrebbe adottare una razionalità normale e una dominante che invece impone all’individuo di rimanere fedele a quella illogicità che ormai ne pervade il comportamento. Qualsiasi tentativo di deviare da quest’ultima scatenerebbe nel soggetto un senso di vuoto che solo la passiva omologazione agli schemi che la caratterizzano potrebbe alleviare.
Questa condizione trova conferma in alcuni studi, come quelli di Lévy-Bruhl ad esempio, secondo i quali la netta contrapposizione tra il pensiero magico e quello razionale, tra la cosiddetta mentalità “primitiva” e quella “occidentale” basata su una logica ipotetico-deduttiva, ha lasciato spazio a una concezione relativistica basata sulla coesistenza e sulla costante interazione fra le due forme cognitive. Sebbene nella maggior parte delle persone la prima risulta dominante poiché maggiormente “spendibile”, l’osservazione della quotidianità ha mostrato la frequente violazione di principi e di regole proprie della razionalità, mettendo in evidenza il ripetuto ricorso a modalità di pensiero magico anche da parte di individui ritenuti coerenti con la propria identità di ruolo.
È per questo motivo che non si può stabilire una netta dicotomia fra le due forme cognitive de quibus, poiché costituiscono gli estremi di un ipotetico continuum rappresentante le tipologie operative della sfera intellettiva umana.

CONDIVIDI
Laureato in Scienze Criminologiche con la passione per la stesura di articoli inerenti criminologia - propriamente detta, non CSI tanto per capirci - e sicurezza.
Loading...