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Prisoners

scritto il 18 Mar 2014 da in Cinemaarticolo letto 733volte

Voi cosa fareste se foste nella stessa stanza, da soli, col presunto colpevole del rapimento di vostro figlio?? Nel lacerante dubbio che la piccola vittima possa essere ancora viva da qualche parte o molto peggio avesse ormai perso la vita per colpa della persona che avete davanti agli occhi. Trovarsi a calpestare il confine tra ragione e disperazione, tra l’essere vittima o carnefice.

Prisoners oltre ad essere un thriller dal ritmo incalzante e a tratti ottimamente costruito, affronta proprio questo dilemma.

 

Pennsylvania. Giorno del Ringraziamento. Due famiglie vicine di casa festeggiano insieme. Dopo il pranzo si prospetta un tranquillo pomeriggio tra amici e figli che giocano per casa. Le coppie di genitori così come i primogeniti perdono di vista le piccole Anna e Joy, uscite fuori di casa senza permesso per giocare.

I due padri Keller (Hugh Jackman) e Franklin (Terrence Howard) iniziano le ricerche delle rispettive figliolette insieme alle autorità locali, setacciando strade, boschi e abitazioni. Ciò nonostante Keller inizia una personale indagine basandosi su indizi che gli inquirenti sembrano ignorare, tra cui l’apparentemente apatico detective Loki (Jake Gyllenhaal).

Ben presto la polizia rintraccia il camper vicino al quale le bimbe erano state viste giocare l’ultima volta e che Keller cercava incessantemente. Alla guida del veicolo viene trovato un ragazzo, Alex (Paul Dano) con difficoltà di comunicazione forse affetto da qualche forma di handicap e che per questo motivo, e senza la traccia di prove, viene rilasciato per tornare a casa con la zia Holly (Melissa Leo).

Keller prova inutilmente a convincere le autorità a trattenere il ragazzo per indagare più a fondo, trattandosi dell’unica pista valida da seguire, ma ovviamente viene ritenuto un semplice padre disperato il cui scopo è solo trovare un colpevole. L’uomo decide quindi di agire per conto suo. Segue Alex e lo rapisce, rinchiudendolo in una vecchia abitazione abbandonata, nella quale trascorre le notti massacrandolo a mani nude con la speranza di ottenere una confessione e di venire a conoscenza del luogo in cui sono imprigionate le povere bimbe.

Così, mentre il detective Loki indaga per conto della polizia, Keller prosegue con l’accanirsi sulla sua vittima, spinto dalla disperazione e dal costante dubbio sulla legittimità delle sue azioni. I due protagonisti si scontreranno varie volte, l’uno sospettoso dell’altro, fin quando le loro indagini si incroceranno conducendo ad una intricata verità.

 

La storia qui sintetizzata racconta il calvario di un normale genitore che è disposto a tutto pur di salvare la propria figlia e ci lascia riflettere su quanto possa essere labile il confine tra la ragione e la disperazione; quanto possa essere breve il lasso di tempo in cui una persona può trasformarsi da moralmente solida a totalmente disumana.

Il regista canadese Denis Villeneuve è bravo a portarci nella discesa amorale del protagonista e a tenerci in bilico tra la depressione e la tenacia che lo spingono ad agire. Egli appare agli occhi degli altri terribilmente provato dalla sempre più plausibile perdita della figlia, ma nel contempo rimane costantemente cosciente e combattuto riguardo il suo operato.

 

L’andamento della pellicola è gradualmente crescente come un thriller che si rispetti anche se presenta alcune lacune relative a situazioni che appaiono quasi inverosimili: possibile ma assai improbabile che tre poliziotti si lascino rubare una pistola da un detenuto in manette; molto strano che un prete rinchiuda in cantina uno sconosciuto fino a lasciarlo spirare in nome della giustizia divina, invece di consegnarlo alla legge. E’ evidente la volontà di rappresentare la precarietà dell’animo umano, ma è inverosimile il volerlo esasperare su quasi tutti i personaggi che fanno parte di una stessa storia.

Ciò nonostante il film regge le due ore e mezza di durata mantenendo viva l’attenzione dello spettatore sulla condizione del protagonista, discutibile e condivisibile al tempo stesso, e sulle indagini che scorrono contemporaneamente. Si potrebbe azzardare il paragone col Mystic River di Clint Eastwood per ciò che concerne la tematica principale: l’indagine pubblica parallela alla ricerca personale di un padre disperato. Ma il film di Villeneuve è molto differente sul piano della narrazione e del montaggio essendo pieno, quasi saturo, di sequenze tagliate che lasciano ampio spazio all’intuizione-immaginazione dello spettatore rendendo quindi la pellicola lineare ma decisamente meno esplicativa.

Azzeccata la scelta del titolo (in italiano Prigionieri) riferito al motore dell’intero racconto, il rapimento delle bimbe, ma non solo. Buona visione!

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