Prisoners

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Prisoners

USA 2013,thriller

regia di Denis Villeneuve

Con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Maria Bello, Terrence Howard, Viola Davis, Melissa Leo, Paul Dano, Mike Gassaway, Jane McNeill, Dylan Minnette

 

Denis Villeneuve, mi son detto, non poteva deludere. Dopo lo sbalorditivo “La donna che canta” non poteva sfornare un prodotto mediocre, come capita a tanti registi che dopo un ottimo film sbagliano la scelta del soggetto o non riescono semplicemente ad esprimersi come in precedenza. Ma quel film non era il risultato casuale e fortunato che può riservare il destino ad un cineasta giovane, era un’opera confezionata quasi alla perfezione. Dunque Villeneuve torna a girare su alti livelli, prendendo come spunto un argomento non facile da trattare e che poteva sfuggirgli dalle mani dal momento che la violenza e l’uso delle armi negli USA è purtroppo una costante dei notiziari che ascoltiamo tutti i giorni. E’ un argomento impegnativo e banale allo stesso tempo, lo constatiamo da sempre con i film che vengono prodotti sin dai primi tempi del cinema: western, gialli (come si definivano una volta i thriller), noir e specialmente con i cosiddetti film d’azione tanto di moda oggi, anche se un po’ troppo “fantastici”, ma sempre d’azione, violenti, spesso cruenti e con protagonisti muscolosi e la faccia da duri. Questo regista non sbaglia, non si lascia prendere la mano e, come è nel suo stile, ci tiene due ore e mezza per raccontarci una storia già vista e sentita centinaia di volte ma con intelligenza e con ritmo medio-alto, mai accelerato, sempre costante. Tiene lo spettatore in costante angoscia come se la soluzione possa arrivare da un momento all’altro, ma che non arriva mai. Poi, l’ultima mezz’ora è un continuo sorprendere lo spettatore con una soluzione tira e molla: la vedi vicina, credi di afferrarla, ti sfugge, si allontana, ritorna rasente, come un elastico di una fionda. Ma il ritmo non aumenta, tiene sulle spine lo spettatore con lo stesso andamento del detective che indaga sul caso: calmo, riflessivo, imperturbabile e impermeabile agli insulti che riceve da chi aspetta impaziente che le indagini diano immediatamente i risultati attesi.

Immagine 94Durante la sentita e rituale festa del Ringraziamento, in un quartiere di una tranquilla cittadina della Pennsylvania vengono rapite due bambine amiche e dopo le prime affannose ricerche dei parenti delle due famiglie, la denuncia alla polizia fa scattare le indagini che vengono affidate ad un detective molto esperto e tanti successi alle spalle. Anche se giovane, il detective Loki conosce bene il suo lavoro e con molta pazienza segue la prima pista, che conduce ad un ragazzo visto nei paraggi, in quei decisivi momenti, alla guida del suo amato camper. Sembra tutto facile, ma il giovane Alex mostra subito il suo carattere instabile e tutto quello che afferma risulta inaffidabile. Questi nega ogni responsabilità in merito al rapimento e dopo due giorni di detenzione e nessun addebito per mancanza di prove viene ovviamente rilasciato. Il che fa imbestialire il tranquillo ma risoluto falegname Keller Dover, padre di Anna, una delle due bimbe, il quale decide di farsi giustizia da solo, non avendo il minimo dubbio sui suoi sospetti verso il giovanotto (il suo motto è “Prega per il meglio, preparati al peggio”). Nel frattempo il poliziotto Loki, continuando il suo lavoro alla ricerca di tracce e di prove, deve trattare ancora il dossier di precedenti indagini che sembrano avere incredibili punti di sovrapposizione con il caso delle bimbe rapite Anna e Joy. La situazione precipita, dal punto di vista della trama e dal punto di vista sociale, quando il sempre più turbato Keller riesce a sequestrare l’instabile Alex per costringerlo con la violenza a confessare dove nasconde le due bimbe. Ma è lui veramente il sequestratore o addirittura l’eventuale assassino? E’ una persona almeno a conoscenza delle circostanze del rapimento e delle persone coinvolte? I colpi di scena saranno diversi e ogni volta sembrerà di essere arrivati alla svolta ma, merito del bravissimo regista, fino alla fine la fisionomia della persona colpevole cambierà di continuo per poi arrivare alla sorpresa conclusiva. E non succederà per merito di Keller. Tutto gira intorno ad un disegno di labirinto, come una tessera del mosaico che il detective Loki non abbandona mai e che testardamente vuole ricomporre. E la sua abnegazione e la sua pazienza alla fine lo premieranno.

Questa è dunque la chiave di lettura del film, metafora di una mentalità che caratterizza gli abitanti di quella terra, quella dei vecchi pistoleri cowboys, che hanno sempre pensato bene di farsi giustizia da soli, pensando che la giustizia legale è troppo lenta e bloccata da eccessiva burocrazia, basata su prove che devono essere giustamente ineccepibili ma che non sempre si possono ottenere. Meglio il fai-da-te e tanti saluti alle garanzie legali che spettano ad ogni cittadino. Questa è la reazione istintiva di Keller Dover, uomo mansueto e buon padre di famiglia sì, ma cresciuto in un ambiente dove la pistola è in casa di tutti, dicono per difesa ma spesso usata per offesa e giustizia fatta a domicilio. La violenza a cui si assiste non è quella dei film d’azione, dei mitra e dei muscoli, è quella morale e della vendetta, che uccide parimenti e forse con maggiore spietatezza, perché acceca la ragione anche degli uomini mansueti. E da qui scaturisce una domanda: è peggiore l’efferatezza dei rapimenti e delle uccisioni compiuti da menti malate o la cattiveria che scaturisce dalla vendetta operata dalle persone comuni?

E’ in definitiva un film avvincente, tutto incentrato sulla reazione di un padre ferito nell’amore familiare a causa di un reato odioso e insopportabile, come insopportabile è il dolore dei familiari delle due bimbe. Ma non diamo per scontato che il personaggio principale sia, come pare a primo colpo, il papà Keller Dover, perché la storia e la macchina da presa invece seguono con costanza anche le reazioni professionali e umane del poliziotto che indaga, che soffre sia per gli avvenimenti che per le difficoltà che incontra per risolvere il caso, anzi i casi, dal momento che le due indagini che segue si intrecciano fino a condurlo a luoghi comuni.

Il tutto si svolge nella dura e profonda provincia americana, caratterizzata da case monofamiliare immerse nei boschi, immersa in un’atmosfera cupa, da noir classico, con pioggia, neve e fango che bagnano e sporcano il dolore che destabilizza due famiglie. La musica di Jóhann Jóhannsson accompagna gli avvenimenti in maniera perfetta, creando ad arte il clima della tensione continua che regna durante la visione; tensione che non cala mai mantenendo il ritmo sempre lento ma costante e che incalza, come detto, solo nel finale. La sceneggiatura di Aaron Guzikowski è parte integrante della riuscita del film e la regia, quasi inutile dire, è degna della fama che ormai accompagna Denis Villeneuve.

Gli attori sono tutti bravi, con una menzione particolare per le due figure principali interpretate da Hugh Jackman a suo agio nella parte del papà incontenibile e dal perfetto Jake Gyllenhaal nei panni di un riflessivo poliziotto che mi ha ricordato i personaggi calmi e saggi del miglior Tommy Lee Jones, di coeniana memoria. A parte una menzione sia per l’emergente Paul Dano, sempre più chiamato per parti di personaggi simili al giovane Alex Jones, mentalmente insani, sia per la grintosa e premiata Melissa Leo, qui truccata da anziana ed ambigua signora, vedova di un altro dubbio personaggio della storia, un altro tassello di questo complicato mosaico, di un coro di troppe voci. Peccato per tutti, però, il doppiaggio non proprio all’altezza dell’eccellente cast: nelle sceneggiature scritte per personaggi sofferti, doloranti e urlanti è facile che i pur bravi doppiatori italiani non riescano a rendere quanto gli originali. Inevitabile.

Da non perdere: voto 8.

 

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