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RoboCop

scritto il 20 Feb 2014 da in Cinemaarticolo letto 1.355volte

ROBOCOP

Il rapporto uomo-macchina è sempre stato un tema affascinante ed emozionante e per questo estremamente saccheggiato dalle maestranze della settima arte.

Metropolis di Fritz Lang del 1927 è sicuramente il film che ha dato inizio al cinema fantascientifico-robotico, divenendo modello ed ispirazione per moltissimi autori che hanno dato luce a dei veri e propri cult come quelli che hanno dominato gli anni ’80. Blade Runner di Ridley Scott, Guerre Stellari di George Lucas, Terminator di James Cameron sono solo quelli più celebri in cui le macchine hanno giocato un ruolo fondamentale nelle storie futuristiche narrate da questi visionari registi.

Tra questi grandi filmaker c’è né uno che sempre in quegli anni portò al cinema una storia dal soggetto originale, la quale si impose forse più di tutte (non me ne vogliano gli altri) come identificativa di quella moda cinematografica dei robot. Era il 1987, l’allora semi-sconosciuto regista era l’olandese Paul Verhoeven e il film in questione era RoboCop. Un film che come sicuramente altri (ad esempio Videodrome di David Cronenberg) esplora la possibilità di una fusione tra uomo e macchina e i conseguenti rischi relativi al controllo sull’esistenza di entrambi.

 

Attualmente al cinema troviamo il remake-reboot del robo-poliziotto metà uomo e metà macchina reso tale dalla collaborazione tra le forze dell’ordine e una grande azienda leader del settore tecnologico.

La trasposizione contemporanea della creatura di Verhoeven viene affidata al brasiliano Josè Padilha e al posto del carismatico Peter Weller nell’armatura del cyborg troviamo Joel Kinnaman. Era ovviamente difficoltoso adattare ai giorni nostri una storia la cui prospettiva futuristica scaturiva da un contesto culturale e sociale di 30 anni fa. Ciò nonostante il film è godibile, approfondendo alcuni aspetti che nell’originale erano marginali e manipolando altri temi così da aggiornarli alla nostra epoca.

In un futuro prossimo, Alex Murphy, agente di polizia di Detroit poco gestibile dai suoi superiori ma comunque onesto e incorruttibile, è vittima di un attentato dinamitardo che lo lascia in fin di vita e semi mutilato. Nello stesso momento la più grande azienda di prodotti ipertecnologici della città, che fornisce già alla forze militari del paese dei robot che adempiono ai compiti più rischiosi nei paesi esteri, si trova in difficoltà con le istituzioni e l’opinione pubblica: la città non vuole affidare la sicurezza delle strade ai robot. Il fattore umano, pur trovandoci in un futuro distopico e cinico, è ancora considerato imprescindibile dalla gente.

Inutile dire che le strade dell’azienda e del protagonista si incroceranno.

La multinazionale decide di unire l’efficienza della robotica con l’anima di un uomo. Il banco di prova è il corpo di Alex Murphy, a cui viene data la possibilità di salvarsi da una vita da invalido.

 

Ammirevoli sono le intenzioni e le soluzioni prodotte per adeguare tematiche e situazioni ai giorni nostri. Non era un compito facile. Ciò nonostante il risultato anche se godibile e ben proiettato in un futuro più vicino a noi, non mantiene il forte carisma e fascino dell’originale.

Se nel RoboCop anni ’80 il fulcro della storia era la consapevolezza di una macchina di essere ancora un uomo, con conseguenti capacità di avere ricordi, fare sogni, effettuare scelte diverse da quelle dettate da un software, nel RoboCop versione 2014 la storia si ribalta. L’uomo deve rendersi conto e rassegnarsi all’idea di essere una macchina, proprio come una semplice enorme protesi meccanica.

Ovviamente bisognava porre in stretta connessione la storia del personaggio col progresso in ambito medico e tecnologico, peccato che sia andata persa la scintilla che rese quel film così grande, cioè l’animo umano che prevale su tutto grazie ai sentimenti, agli affetti. Si perché per quanto un film del genere possa riscuotere enorme successo grazie alle innovazioni visive e al ritmo narrativo, ciò che appassiona è proprio la domanda che lo spettatore si pone durante tutta la visione del film: che fine ha fatto l’uomo? C’è ancora lui dentro la macchina?

Purtroppo nel remake di Padilha non vi è la medesima ossessiva ricerca dell’animo umano, anzi questa viene relegata solo in una piccola porzione di film, quando al protagonista viene abbassato esponenzialmente il tasso di “coscienza umana” nel cervello solo per aumentarne l’efficienza, e trasformandolo quindi in una specie di zombie-cyborg senza anima. Nulla di fatto quindi, tanto valeva mettere in campo i robot totalmente meccanici propagandati dal presentatore televisivo Samuel L. Jackson, che fa il verso al potere persuasivo dei media. Nemmeno il cattivo di turno, l’eminenza grigia alla guida della multinazionale, riesce ad appassionare col suo cinismo e il suo usare le vite degli altri senza tanti scrupoli (un Michael Keaton che sembra, irrealisticamente, un bambino al comando di una fabbrica di giocattoli). Le uniche note di emozione, compassione e comprensione, insomma l’unica cosa che si lascia penetrare consentendoci di immedesimarci è il personaggio interpretato da un Gary Oldman sempre impeccabile, qui rinchiuso in un medico che dì fatto è l’autore della resurrezione robotica del protagonista, senza però restare estraneo a tutti i dubbi e le perplessità conseguenti al fatto di riportare in vita un uomo per usarlo come una macchina.

Uno degli aspetti più apprezzabili del film è sicuramente l’esplorazione del rapporto tra il protagonista e la famiglia, fattore che insieme a quello della vendetta nell’originale teneva in vita la coscienza umana del robot, ma era rappresentato con delle pochissime seppur ipnotiche scene. Anche se ci sono momenti in cui si comprende ed è forte il legame con moglie (Abbie Cornish) e figlio e l’importanza che essa assumerà per la voglia di vivere del protagonista e per il mantenimento del suo status di uomo, il film si lascia semplicemente guardare. Mi preme ribadire che si tratta di un prodotto apprezzabile e che poteva essere “sbagliato” in qualunque altro modo, mentre invece il film che possiamo vedere oggi al cinema è dopotutto una delle tante soluzioni giuste che potevano esserci.

 

Vi lascio con la consueta sintesi dei film che potrete trovare al cinema questa settimana.

Alla prossima. Buona visione!

 

In sala dal 20 Febbraio 2014

12 ANNI SCHIAVO   Poco prima della guerra civile americana, un nero nato libero viene rapito e schiavizzato per 12 anni.

Di Steve McQueen con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Brad Pitt..

LONE SURVIVOR   Storia vera di un piccolo gruppo di marines bloccato sulle montagne dell’Afghanistan, alle prese con le forze nemiche e con la sopravvivenza.

Di Peter Berg con Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Emile Hirsch.

SAVING MR. BANKS   La travagliata vicenda di come Walt Disney tentò in qualunque modo di convincere l’autrice del libro “Mary Poppins” P.L. Travers a trarre un film dal suo racconto. Per nostra fortuna ci riuscì.

Di John Lee Hancock con Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrel.

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