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Un po’ di lusso italiano cambia testa, e forse non è un male…

scritto il 22 Nov 2013 da in Modaarticolo letto 478volte

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E’ argomento caldo di questi giorni. Molte aziende del lusso italiane sono acquistate da gruppi stranieri e che sia un bene o un male è stato oggetto di discussione nell’ambito del convegno “Made in Italy senza Italy?” organizzato da Pambianco Strategie di Impresa e da Intesa Sanpaolo.

Mario Boselli, presidente della Camera Nazionale della Moda, ritiene che non ci si debba preoccupare per le acquisizioni di mano straniera però bisogna continuare a difendere con forza il made in Italy, perché questa deve rimanere la nostra bandiera che ci qualifica nel mondo.

«I francesi hanno comprato diverse aziende nostrane – osserva – e ne hanno avuto un grande rispetto, a volte maggiore di quello che hanno gli stilisti italiani per le loro imprese. Inoltre hanno rafforzato le realtà acquisite, introducendo in azienda una visione manageriale diversa e facendole crescere, creando lavoro in Italia». Boselli cita, dati alla mano, che l’occupazione nelle aziende acquisite, dal 2001 al 2012, è cresciuta del 7,7% rispetto al totale delle aziende italiane dello stesso settore.

Anche Claudio Marenzi, presidente di Sistema Moda Italia, concorda con il merito dei francesi, che hanno avuto la capacità di far crescere i nostri brand, ma aggiunge «che la preoccupazione è da un punto di vista distributivo, perché questi grandi gruppi influenzano la distribuzione in modo pesante, hanno vantaggi competitivi sproporzionati, al punto da rilevare casi di antitrust».

In effetti i due gruppi del lusso francese, insieme, fatturano più della metà del giro d’affari del tessile-abbigliamento italiano: Lvmh ha un fatturato di 28 miliardi di euro (i suoi brand nostrani sono Fendi, Bulgari, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Rossimoda, Loro Piana e Cova) e Kering di 9,7 miliardi (appartengono alla sua scuderia Gucci, Brioni, Bottega Veneta, Sergio Rossi, Richard Ginori, Pomellato).

Nel 2012 sono state acquisite circa 30 aziende italiane dal valore di 10 miliardi di euro. «Quando è stata comprata Bottega Veneta – sottolinea David Pambianco, vicepresidente di Pambianco Strategie di Impresa – non arrivava neanche a un turnover di 100 milioni, quest’anno dovrebbe raggiungere il miliardo, ha decuplicato la sua dimensione! E’ vero quindi che i gruppi stranieri possono investire e far crescere l’azienda tricolore, ma è anche vero che il pallino nella gestione dei marchi passa in un’altra mano e non è detto che gli interessi siano sempre coincidenti.

Inoltre l’Italia è appetibile non solo per i suoi marchi ma anche per la sua capacità produttiva, infatti gli stranieri hanno acquisito anche aziende di produzione manifatturiera. In totale, la faҫon italiana per l’estero è di circa 2,2 miliardi di euro. E’ una cifra consistente, che fa pensare come l’Italia sia diventata la Cina del lusso, cioè il Paese per la produzione di fascia alta. Tuttavia, la parte preponderante del fatturato va al proprietario del brand, solo il 15% spetta alla produzione.

L’importante è che il made in Italy continui a essere considerato un valore, perché il rischio è che il consumatore internazionale in futuro attribuisca più importanza al brand che al luogo in cui è stato prodotto e che si passi dal “made in” al “made by”».

Vanna Assumma

 

 

fonte: http://www.pubblico-online.it/

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Vanna Assumma

Giornalista Da quando sono nata non ho fatto altro che questo: Crescere. Ed ancora oggi, per me è il senso della vita. Crescere nel Lavoro, nelle capacità relazionali, affettive e soprattutto interiormente. Niente di scontato, una gran fatica!

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