Una nuova Factory: le visioni di Quentin Tarantino

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UNA NUOVA FACTORY

Fucili, follie automobilistiche, super pupe di ogni colore e misura, pistole che paiono cannoni; sabba stregoneschi e fattorini nevrastenici, blaxploitation e humor nero palpabili nell’atmosfera: l’alchimista che tutto assorbe e tutto miscela, l’alchimista che crea non oro ma gemme splendenti di bagliori rosso sangue non è altri che Quentin Tarantino.

Non esiste etichetta, non esiste modo di classificare il suo cinema; la mente di Tarantino è un enorme baule da cui il nostro estrae in preda al suo ardente furore creativo suggestioni, atmosfere, reminiscenze di un grande western svanito, piccoli e grossi  frammenti di ben più grossi diamanti del poliziesco, espressioni gergali nere e bianche (ma soprattutto nere), violenza e umorismo; la sua magia, la sua abilità (da dj, così è stato definito) sta nell’infondere armonia tra le musiche più discordanti, concretizzare immagini che possono essere nello stesso preciso tempo incubo e sogno, disgustose eppure divertenti, violente e crude eppure dotate inspiegabilmente di sconvolgente, sinistra bellezza. Tutto ciò che tocca è oro massiccio, manna per i botteghini eppure dotato di una forza visiva e creativa che neppure gli incassi e l’enorme mole di pubblicità riescono a  smorzare rendendolo fenomeno esclusivamente da botteghino.

È  l’ultimo dei grandi creatori di cinema; la grandezza di un artista (qualcuno contesterà questo termine, forse eccessivamente lusinghiero se si stanno a  sentire i suoi detrattori più accesi) si misura dall’influenza su tutto ciò che ha attorno; Tarantino si alimenta di ogni cosa, e ogni cosa si nutre di lui: gli omaggi a pulp fiction, il suo più puro film manifesto, sono incalcolabili.

È nata forse una nuova Factory, totalmente differente da quella wharoliana in ogni intento, ma accomunata dal suo gravitare attorno ad una carismatica, geniale figura; quando Quentin non dirige, scrive e sceneggia a tutto spiano per o con qualcun altro; i suoi sogni splatter penetrano e prendono forma nelle opere di  una schiera di giovani e meno giovani registi come Eli Roth e l’amico Robert Rodriguez, anima affine carica di sanguinose, bizzarre fantasie. Questi registi del nuovo pulp (i tempi son cambiati da Pulp Fiction) sono proposti al pubblico, ispirati, alimentati, diretti (e soprattutto sovente prodotti) da Tarantino e il  geniale quanto ecclettico filone da lui partorito: basti pensare al botto di incassi al botteghino per Hostel, di Eli Roth, favorito dal nome del Maestro sulla locandina come garante e produttore. Attori e (soprattutto) attrici lanciati o riproposti al pubblico dai suoi film diventano icone richiestissime e sfavillanti: John Travolta, riesumato da un oblio che durava dagli anni ’80, nei panni di Vincent Vega torna a splendere per Hollywood. Di attori feticcio, Quentin ne ha una schiera: la misteriosa Salma Hayek, Steve Buscemi, Tim Roth, Samuel L.Jackson, Uma Thurman (la sua bionda, conturbante, più versatile musa), Rose McGowan e, ultimo ma non ultimo, l’intenso, inquietante brutto muso duro (muso sfregiato, segnato da un reale passato allo sbando per le strade di L.A,eppure attraente e dannatamente virile) di Danni Trejo.

A vent’anni, Quentin era senza dubbio un Sapiente; la sua conoscenza del cinema era un pozzo senza fondo: innamorato del western, in primis quello di sergio leone; del “blaxploitation” (termine che sta ad indicare quel genere sbocciato negli anni ’70, rivolto al grande pubblico afroamericano, farcito di spacciatori, papponi, donne nere in guerra perenne); adorante spettatore del thriller e poliziesco anni ’70, specialmente italiano, lettore accanito di Elmore Leonard e le sue surreali atmosfere letterarie, darà corpo a parte della mole delle sue passion nel film “Le iene”(reservoir dogs, forse un omaggio ai Rabid dogs del maestro Mario Bava), che gli valse un enorme successo di critica e pubblico ai Sundance Film Festival di Montreal e Toronto e gli permise, incoraggiato e pecuniariamente rifocillato, di dedicarsi alla stesura del suo capolavoro: Pulp Fiction.

Pulp Fiction è un ibrido di gangster movie e commedia allucinata; protagonisti cinici e senza scrupoli che spettegolano ciarlieri mentre armeggiano pistole e caricatore e si recano indisturbati a compiere una strage; cocaina che viene ingurgitata continuamente da nasi insaziabili, salvataggi express da overdose sul tappeto del salotto di un pusher, scene indimenticabili di twist da manuale sul palco di un ristorante a tema sulle note del selvaggio rock  ‘n roller nero chuck berry. Il tutto realizzato con una sorta di entralacement, tecnica (solitamente letteraria) che prevede la brusca interruzione di un episodio per poi riallacciarvisi in seguito e che sorprende lo spettatore ancor più di quanto sorprenda un lettore (visivamente la violenza e l’apparente sconnessione delle storie hanno un effetto ben diverso), e dotato di un cast ultrastellare: la musa Uma thurman e il marito gangster, il temuto  Marcellus (Wigh rhames), Samuel l.Jackson e il suo terribile salmo-sentenza, John Travolta, Bruce Willis, Harvey Keitel (indimenticabile in Taxi driver, altro grande amore di Tarantino) e Tim Roth.  Trascorsi ormai vent’anni, è irrinunciabile in qualunque videoteca che si rispetti.

 

Del tutto intriso di Blaxploitation è la sua opera successiva, Jackie Brown, in cui ha il privilegio di lavorare con due stelle del cinema che l’ha reso grande: Pam Grier (icona di femminilità black dagli attributi d’acciaio) e Robert De Niro, oltre che Samuel L.Jackson.

Il suo film più elaborato e ricco di omaggi ai suoi miti ispiratori è senza ombra di dubbio Kill Bill; il regista non riesce a smettere di scrivere, è come in balìa di un demone; e questo demone ch’è in lui porta alla nascita di un film epico, un mito che parla di delitto e vendetta implacabile, l’iter della “sposa”(thurman) dal risveglio in un letto d’ospedale alla riabilitazione e alla ricerca senza posa di vendetta spietata, la ricerca di Bill, davanti alla quale nessuno può pararsi senza finire in un lago di sangue. Flashback a tutto spiano: dolci ricordi di antichi racconti cinesi al calore di un fuoco, l’addestramento come imbattibile macchina da omicidio, il senso di vuoto nel risveglio senza la creatura che portava in grembo, la determinazione omicida nel trovare Bill (il grandissimo David “kung fu” Carradine) e riprendersi la creatura. C’è violenza (naturalmente), tutta a base di Chambara (combattimenti a colpi di spada alla maniera giapponese), e stavolta pochissimi i bangbang; maternità ferita, rabbia funesta, grande sfoggio di stuntman abilissimi maneggiatori di spade, ancora stelle (Lucy liu, michael madsen, daryl hannah, vivica j.fox e ancora altri), un omaggio profondo alla cultura e al cinema asiatico d’arti marziali. La Miramax propende per un taglio netto, vista la lunghezza spropositata del film; Tarantino, per non perdere un singolo fotogramma della sua epica, immensa fatica, propende per una divisione in due film (volumi).

Dalla raffinata epica di kill bill Tarantino torna allo splatter : con l’amico Robert Rodriguez (regista, per chi non lo sapesse, di Sin City e molte altre perle di sangue e cannoni sempre carichi) dà vita al progetto Grindhouse, di cui Rodriguez dirige il secondo episodio (Planet Terror); il primo episodio, “A prova di Morte” è ancora una miscela di generi e film prediletti da Tarantino, aggiungendoci di suo del Nonsense e dell’umorismo sempre più nero;  la trama? Un misterioso misogino psicotico di nome Stuntman Mike, a bordo di uno spaventoso e indistruttibile trabiccolo nero da stuntman sopravvissuto agli anni impietosi, sceglie e tampina le sue vittime (donne con motori e parecchia disinvoltura) sino all’omicidio finale, uno schianto fatale (dai risultati disgustosi) per le ragazze e qualche mese d’ospedale per il nostro stuntman schizofrenico. Col secondo affiatato gruppetto (rosario dawson, mary elizabeth winsthead e zoe bell, stunt-woman preferita di tarantino e dura come marmo) gli andrà decisamente male. L’atmosfera è anni ’70 in aperto omaggio

al cinema exploitation dell’epoca (punto zero, zozza mary pazzo gary, trincea d’asfalto) e gli effetti visivi sono volutamente grossolani per ricreare l’atmosfera delle vecchie pellicole a basso costo proiettate nelle Grindhouses, cinemini d’epoca che Tarantino conobbe bene durante l’adolescenza.

Il secondo capitolo, scritto faccia a faccia con Rodriguez, è diretto da quest’ultimo e prende una piega apocalittica: un’epidemia che trasforma esseri umani in zombies insolitamente aggressivi, una spogliarellista che, perduta una gamba e rimpiazzata questa con un potente cannone m4, si fa strada a raffiche di proiettili.

Dunque: quando Tarantino non dirige produce, scrive, ispira, è sempre presente sui set dei suoi amici e pupilli per consigliare, osservare, discutere; la sua presenza è ovunque: si fa sentire in particolar modo in Machete, ancora una perla seppure splatter e rigorosamente ambientato tra messico e texas, in cui un cinico balordo messicano accetta una discreta cifra in cambio di un assassinio. E la storia continua…

Dopo UNGLORIOUS BASTARDS, progetto di vecchia data concretizzato finalmente nel 2009  che può apparire distante anni luce dai sui precedenti, violenti lavori (per quanto violenza e crudeltà non manchino, se pure in misura assai minore),  e trionfante ai premi IOMA 2010, facendone incetta. Non manca naturalmente l’omaggio a uno dei suoi grandi maestri: in questo caso, la trama è liberamente ispirata a quel maledetto treno blindato, di Castellari.

Finalmente Tarantino ci regala il suo personale e più palese tributo al suo primo amore, il western (spaghetti western, prego) con l’uscita, nel 2012, di Django Unchained; re-make estremamente libero dell’omonimo film di Sergio Corbucci (semplicemente “Django”); per chi non ne avesse ancora goduto, due righe di trama senza rivelare sviluppi e punti focali. Vecchio lontano west, epoca di schiavi incatenati in fila indiana e assalti a carrozze e viaggiatori ignari. Uno di questi codazzi di schiavi africani, che avanzano incatenati per le caviglia come bestie per essere venduti (ancora alla stregua di bestie),  ha la fortuna di incappare in un curioso compratore: un raffinato farabutto dalla parlantina che, dopo aver comprato il giovane robusto Django dallo sguardo di roccia e il cuore in fiamme per la sua Brunhilde (la sua nera moglie, nera dal nome tedesco affibbiatole dai padroni bianchi), estrae il suo cannone e fa secchi i tre venditori di uomini che scortano la merce. Il gentiluomo è un cacciatore di taglie assai particolare, e il giovane Django promette bene. L’obbiettivo è, oltre a mettere insieme una bella somma, trovare Brunhilde e riscattarla.  Ulteriori considerazioni le lascio a chi ancora non l’ha visto, e aspetto opinioni su questo film ch’è anni luce lontano dai suoi primi grandi film.

Foto: Pin Quentin Tarantino Jamie Foxx And Franco Nero At Event Of Django Dezlantuit picture pinterest

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