11 settembre 2013: il passato, il presente e il futuro stanno spaventando il mondo.

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Oggi è l’11 settembre, una data che riporta alla mente di tutti l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, una delle giornate più terribili per gli Stati Uniti e non solo, un punto di svolta per il mondo intero. Ma questa data porta con sé anche un altro anniversario: è passato infatti un anno dalla morte dell’ambasciatore statunitense Stevens (e con lui altre tre persone) in Libia. Proprio oggi un’autobomba è esplosa a Bengasi. I fatti del mondo sembrano tutti così intrecciati e nessuno di noi riesce a slegarli.

L’opinione pubblica mondiale è in attesa di risposte, tutti gli occhi sono puntati sulla situazione siriana, una strage che prosegue da oltre due anni quotidianamente, ma che – purtroppo – solo in seguito alle immagini trasmesse dalla CNN sembra essere arrivata alle coscienze di tutto il mondo. Un giovane italo-siriano da tempo si batte per far conoscere le atrocità commesse nella sua terra, cercando di risvegliare le coscienze di un Occidente sopito: il suo nome è Shady Hamadi e nel suo ultimo libro, La felicità araba descrive la situazione attraverso la storia della sua famiglia e quella dei molti giovani ribelli massacrati, torturati o costretti a fuggire dalla propria terra.

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Dopo le immagini della CNN, gli Stati Uniti d’America e gli stati alleati, hanno preso di petto la situazione, minacciando un bombardamento sulla Siria, paventando il mondo con lo spettro di una terza guerra mondiale. Obama, presidente degli Stati Uniti d’America, al suo secondo mandato, in un discorso fatto alla nazione ieri notte, ha affermato di voler attendere i risultati dell’intervento diplomatico russo, con la speranza che l’uso della diplomazia possa eliminare il pericolo delle armi chimiche e faccia sì che la Siria firmi la Convenzione sulle armi chimiche del 1993, cosa che finora non era mai avvenuta. Francia e Gran Bretagna si allineano al pensiero di Barack Obama, desideroso più che mai di giungere a una soluzione diplomatica, tanto che nel discorso pronunciato ieri sera non ha fatto nessun ultimatum, ma si è appellato al Congresso, come presidente della più antica democrazia del mondo, affinché prenda la decisione più giusta ed equa, poiché gli Stati Uniti non sono “il poliziotto del mondo”.

Se la Russia, attraverso le parole del suo presidente, Putin, si pone in prima persona come mediatore, sostenendo che la strada diplomatica è l’unica strada possibile, al contrario lo stato di Israele è scettico, sostenendo che quest’intervento “morbido” serva solo a far guadagnare tempo ad Assad.

La situazione siriana ha toccato anche il nostro Paese, mostrandoci, attraverso le parole di Domenico Quirico, giornalista del La Stampa sequestrato in Siria per cinque mesi, una realtà molto difficile. In un’intervista a Ballarò ieri sera, Quirico definisce la Siria come il Paese del male, dove l’odio sembra essere la strada più semplice. Il giornalista racconta di come gli siano stati rubati cinque mesi di vita, articoli, libri, tempo da dedicare alla sua famiglia. Quirico afferma di non odiare i suoi sequestratori, “perchè io spero di accorgermi che questa esperienza mi ha insegnato qualcosa […] se io scegliessi l’odio sarei un uomo peggiore di prima”.

In un’intervista a RNews, il giornalista afferma che oggi dietro la sigla del Free Syrian Army non ci sono più gli integralisti della prima ora, ma “arrampicatori sociali, che si comportano come i miliziani di Assad”.

La situazione siriana, che ormai non può più essere ignorata dopo la presa di posizione delle maggiori potenze globali, sarà sempre più protagonista della nostra quotidianità, ma cominciamo a informarci anche su ciò che è successo nei due anni e mezzo di silenzio.

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