Giuseppe Uva: le verità celate

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Giuseppe Uva: Sei poliziotti e un carabiniere accusati di omicidio preterintezionale. La sorella: “Ce l’abbiamo fatta.”

UNA STORIA INIZIATA NEL 2008

Giuseppe Uva un uomo di 43 anni, fu fermato il 13 giugno del 2008 nel centro storico di Varese perché, in stato di ebbrezza, bloccava una strada con delle transenne. Dopo tre ore dal fermo nel comando provinciale, fu portato in ospedale dove morì il 14 giugno intorno alle ore 10 per insufficienza respiratoria ed edema polmonare. Inizialmente furono aperti processi sui medici dell’ospedale ma, furono tutti assolti.

NON SI RICERCA LA VERITA’: COLPEVOLE IL PM AGOSTINO ABATE

Non furono approfondite però, le indagini su quanto fosse accaduto in caserma. A dicembre vennero interrogati i poliziotti e i carabinieri presenti in caserma e il testimone amico della vittima Alberto Bigioggero. Le indagini circa gli avvenimenti che hanno portato alla morte di Giuseppe Uva sono state ostacolate dal Pm Agostino Abate che non ha voluto fare accertamenti sulle verità del caso.

LA SORELLA E I LEGALI: “CE L’ABBIAMO FATTA”

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A scagliarsi contro il pm è la sorella di Giuseppe, Lucia Uva che in questi anni non ha smesso di credere nella giustizia e ora afferma in lacrime: “Ce l’abbiamo fatta, dedico questo processo al pm di Varese Agostino Abate che non ha mai voluto cercare la verità, mio fratello è stato picchiato in caserma”. Dopo 6 anni dalla morte, il gup di Varese ha rinviato a giudizio sei agenti e un militare accusati di omicizio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale e abuso di autorità nei confronti di Giusseppe Uva. I legali Alessandra Pisa, Fabio Ambrosetti e Fabio Anselmo in questi anni sono stati dei veri professionisti e si sono dimostrati felici del risultato. Commenta Anselmo: “Uno scandalo che si arrivi oggi a un rinvio a giudizio, perché si rischia la prescrizione per gran parte delle accuse contestate a carabiniere e poliziotti”

I DIFENSORI DELL’IMPUTATO: “NON UNA CONDANNA”

L’avvocato difensore degli imputati Luca Marsico risponde: “il rinvio a giudizio non equivale ad una condanna e ora si aprirà un processo che si affronterà a testa alta.”

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