Jobs Act: Renzi incassa la fiducia al Senato

Senato

Al termine di una giornata convulsa è arrivata l’attesa votazione al Senato per il Jobs Act. Il Ddl lavoro presentato dal governo Renzi ha incassato la fiducia con 165 voti favorevoli, 111 contrari e due astenuti. Il temuto “agguato” alla fine non si è concretizzato, ma si registrano le defezioni dei senatori Pd Corradino Mineo e Felice Casson, che non hanno partecipato al voto.

Nell’ aula di Palazzo Madama si è dovuto attendere fino all’ una di notte per arrivare all’ approvazione del testo, a causa di un ostruzionismo che ha reso impossibile, precedentemente, il normale svolgimento dei lavori. Mentre Renzi era impegnato nel vertice Ue di Milano, il Senato della Repubblica si apprestava a diventare terreno di scontro, teatro di un indegno spettacolo messo in scena a partire dalla tarda mattinata di ieri.

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Non appena il ministro del Lavoro Poletti ha preso la parola, per illustrare all’assemblea i dettagli del testo legislativo, è iniziato il primo round di disordini, con le accese proteste e i cori da stadio dei senatori M5S che hanno interrotto l’intervento del ministro. Alla ripresa dei lavori, nel corso del pomeriggio, la situazione non è affatto migliorata. Urla, insulti, constestazioni, lanci di oggetti e persino una rissa, in un’ autentica bagarre fomentata in primo luogo dai senatori di Lega e M5S, protagonisti indiscussi dello spettacolo.

A conclusione di una lunghissima giornata, nonostante l’ostruzionismo più tenace, il Jobs Act ha superato lo scoglio del Senato. Tra le principali innovazioni introdotte dal testo, si evidenzia il riordino dei contratti di lavoro esistenti, con l’obiettivo di privilegiare nuove assunzioni a mezzo di contratti a tempo indeterminato a tutule crescenti. Modifiche pure nell’ ambito degli ammortizzatori sociali, mediante un’ erogazione di contributi che sarà fissata da criteri più specifici, con l’estenzione dell’ indennità di disoccupazione anche ai lavoratori co.co.co. In relazione all’articolo 18, resta la possibilità di reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli di natura disciplinare non pienamente giustificati. Una formula mediana con cui Matteo Renzi ha cercato di accontentare tutti, nel tentativo di coniugare l’incisività della riforma alle richieste dei sindacati e di una parte del suo stesso partito. L’impressione è che in realtà non sia riuscito a soddisfare quasi nessuno.

Ha conseguito un’importante vittoria, in ogni caso. Ma già si profila una nuova e impegnativa battaglia per il premier, in vista del passaggio che il testo dovrà compiere dalla Camera dei Deputati. La minoranza interna al Pd ha già annunciato “battaglia”, con l’intento di apportare emendamenti per modificare il testo. E sulla base di quanto visto in Senato si profila un percorso tutt’altro che facile.