L’ammonite prigioniera nell’ambra

L'eccezionale reperto proviene dalla Valle di Hukawng, sede di numerosi altri ritrovamenti

Fossile di ammonite
Fossile di ammonite (Photo credit: Foto di Sue Rickhuss da Pixabay)

Un incredibile reperto è stato scoperto nei pressi della città di Tanaing, situata nel Myanmar settentrionale. Si tratta di un frammento di ambra al cui interno sono preservati numerosi organismi – sia acquatici che terrestri. In particolare, questo rappresenta il primo caso di ammonite inglobata nella resina. Allo studio hanno partecipato ricercatori provenienti da Cina, Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

Dall’antichità a Jurassic Park

L’ambra si forma in seguito alla fossilizzazione della resina, una sostanza prodotta dagli alberi come mezzo di difesa da patogeni e altre minacce. Da tempo immemore, numerose culture hanno considerato l’ambra al pari di una gemma, affascinate dal suo caratteristico colore aranciato. Tuttavia, ciò che rende unica questa sostanza è la possibilità di rinvenire antichi organismi al suo interno.

Occasionalmente, resti vegetali e piccoli animali rimangono invischiati nella resina dove, protetti dagli agenti esterni, possono preservarsi per centinaia di milioni di anni. Alcuni reperti conservano veri e propri istanti di vita, come un frammento di ambra – anch’esso proveniente dal Myanmar – che racchiude un ragno in procinto di divorare la sua preda.

Le eccezionali proprietà di questa sostanza hanno ispirato l’immaginazione di Michael Crichton, celebre scrittore di romanzi thriller e fantascientifici. In una delle sue opere più famose – Jurassic Park – si narra di un gruppo di scienziati che, a partire da alcune tracce di DNA conservate nell’ambra, riesce a clonare esseri estinti da milioni di anni. In realtà, una tale impresa sarebbe impossibile poiché il materiale genetico non può conservarsi tanto a lungo.

Un’ammonite al mercato dell’ambra

Il prezioso frammento è stato scoperto in una miniera di ambra, nella remota Valle di Hukawng. Nel corso degli anni, questo sito ha restituito numerosi fossili dalle eccezionali condizioni di preservazione. Tuttavia, l’instabilità politica della regione rende complicato il recupero di tali esemplari. Così, molti reperti finiscono sul mercato dell’ambra birmano, per esser poi comprati da ricercatori e collezionisti.

La stessa sorte è toccata al frammento contenente l’ammonite che, inizialmente, era stata scambiata per una semplice chiocciola. Tuttavia, la reale natura del pezzo non è sfuggita a Fangyuan Xia – direttore di un museo privato a Shangai – che, resosi conto del suo valore, ha deciso di acquistarlo. Lo stesso collezionista ha contribuito alla realizzazione dello studio, pubblicato su PNAS.

Mediante tecniche tomografiche, i ricercatori hanno ottenuto immagini 3D ad alta risoluzione dell’ammonite. In tal modo, è stato possibile analizzare la struttura della conchiglia e identificare Puzosia quale sottogenere di appartenenza del mollusco. Questi organismi – i cui resti sono stati rinvenuti in varie parti del mondo – vissero fra 113 e 94 milioni di anni fa, nel Cretaceo superiore. Di conseguenza, anche il frammento di ambra deve essersi formato in quel lasso di tempo.

Assieme al cefalopode, gli autori hanno individuato numerosi altri animali, sia acquatici che terrestri. In particolare, sono state identificate varie specie di artropodi – come acari, mosche e millepiedi – e alcuni gasteropodi.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che organismi provenienti da habitat tanto diversi siano presenti nello stesso reperto?

Un albero in riva al mare

Per dare una risposta a questo quesito, i ricercatori hanno provato a ricostruire l’ambiente in cui si depositò la resina. Analisi spettroscopiche ed anatomiche hanno dimostrato che tutta l’ambra proveniente dalla Valle di Hukawng è stata prodotta da un gruppo di conifere, le araucarie, caratteristico delle aree costiere. Ciò, suggerisce che il reperto si sia formato su una spiaggia.

Ulteriore conferma è che numerosi reperti mostrano danni provocati da organismi bivalvi, talvolta rinvenuti all’interno dell’ambra stessa. Ciò suggerisce che gli alberi crescessero vicino la costa, in quanto la resina non si era ancora solidificata.

Gli autori hanno formulato diverse teorie per spiegare come si sia formato il fossile di Xia. Secondo l’ipotesi più accreditata, la resina sarebbe colata lungo l’albero fino a raggiungere la spiaggia, inglobando animali acquatici e terrestri. La rarità di questo ritrovamento sarebbe dovuta alle precarie condizioni di preservazione dell’ambiente deposizionale.

Un’altra ipotesi suggerisce che uno tsunami abbia trasportato detriti e organismi nell’entroterra, portandoli a contatto con la resina prodotta dagli alberi. In tal caso, sarebbero state probabilmente rinvenute tracce di tessuti molli associate all’ammonite e ai gasteropodi. Tuttavia, la loro assenza indica che questi animali fossero già morti quando finirono invischiati.

Come affermato da David Dilcher (coautore dello studio e biologo presso l’Indiana University): “La cosa più eccitante riguardo questa scoperta è la possibilità di aprire una finestra sulla vita passata”, […], “Il fatto che dell’ambra si sia preservata da un’epoca così lontana ci aiuta ad espandere la nostra comprensione della vita passata e del mondo in cui visse”.

È possibile che simili reperti siano conservati all’interno di numerosi musei privati, e aspettino solo di esser esaminati.

Leggi anche L’estinzione dei dinosauri: Tanis, una finestra sul passato

Potrebbero interessarti anche