Michela Marzano: IDDA

Nel romanzo “Idda”, c’è la malattia , la perdita di relazioni ma c’è sempre l’amore che salva, omnia vincit amor

Alzandosi una mattina
Lavava il viso sette volte mentre
Zigzagavano ricordi come zucchero di vento
Ha infilato tre mutande e sette pantaloni
E poi era pronto finalmente
Impalato ai suoi ricordi bambini
Ma al telefono “ti voglio bene!” il figlio gli diceva
Era Donato era DONATO era DONATO!”
Ripeteva felice il padre al figlio chiamandomi PAPA’.

Diciamo subito che ho per Michela Marzano una stima e un’ammirazione immensa, per la sua tenacia, caparbietà e preparazione civile e filosofica, sfoggiata ripetutamente ma con umiltà e determinazione nei suoi saggi e nei suoi articoli su Repubblica, una di quelle ragazze “toste”, anima bella e pura di cui ci s’innamora a prima vista.

Insegna all’Università Paris Descartes Parigi e non le manda a dire ai mediocri politici Italiani, e ogni volta che scrive ci da lezioni di etica e di civiltà.
Incontro finalmente non molto tempo fa, quasi per magia, Michela Marzano in treno da Roma per Firenze il giorno dopo la sua presentazione del libro IDDA a Frosinone, cui dovevo e volevo andare, ma la cura di mio padre malato di Alzheimer ha avuto la priorità. Mi presento, scambiamo quattro chiacchiere e ci lasciamo con la promessa di andare subito a leggere il suo libro. Cosa che riesco a fare in ritardo complice la vita che pone sempre ostacoli, e dolori improvvisi e inattesi. Ora finalmente riesco a farlo.

“Idda” è il termine salentino per dire “lei”. Infatti Alessandra, la protagonista di Idda, è salentina.

Il romanzo è sull’identità, sulla memoria, sulla potenza delle relazioni, intrecciando le vite di due donne, Alessandra ed Annie.

Nel romanzo “Idda c’è la malattia , la perdita di relazioni ma c’è sempre l’amore che salva, omnia vincit amor.
Alessandra, cerca di capire cosa rimane di una persona dopo che questa ha perduto la memoria. È il caso della suocera Annie, affetta da Alzheimer, ora che è giunta alla fase più drammatica della malattia e non sa più nominare gli oggetti, non è più capace di badare a se stessa, non sa vestirsi, non riconosce neppure il figlio, non ha memoria, se non tenui e rarefatte scintille di ciò che è stato. Conosco di persona questa tragedia umana che ha colpito anni fa mio padre in un progressivo degenerare della malattia e non faccio fatica ad identificarmi nel personaggio del romanzo che diventa per me subito un esercizio di stile e di memoria. ( e che ho cercato di esprimere nell’acrostico che fa da incipit a questa recensione).

residui di sé”.

È l’espressione che colpisce nel romanzo, usata dal dottore. È un’espressione spaventosa, che rende bene il disastro compiuto dal morbo, ed esplicita in due parole la distruzione materiale di tutto ciò che un essere umano è stato, evocando infine ciò che rimane, resti organici, spoglie inservibili, gli escrementi di una vita vissuta e digerita. Ma diventa anche un termine che ci interroga sulle nostre”mancanze” reali e presunte nei confronti degli altri e delle persone care con cui ad un certo punto si instaura un deficit relazionale, una assenza materiale ma non affettiva di rapporti. Infatti succede che ad un certo punto si parla con gli occhi, con le mani semplicemente accarezzandosi reciprocamente o ripetendo ossessivamente una parola, un nome.

Il romanzo rende bene queste sensazioni e ce ne fa dono e infatti Michela dice in una recente intervista a Cristina Celani, :
“Le persone che hanno forme di Alzheimer o demenza senile, nonostante non si ricordino più tante cose, talvolta nemmeno più il proprio nome, continuano a mantenere legami di familiarità con le persone amate come se qualcosa facesse sì che nonostante tutto pur non riconoscendo si continuasse ad amare le persone care.”

Ma ciò che colpisce nel romanzo non è solo la Storia e i dialoghi

Quanto l’uso attento e sapientemente preciso (da saggista) delle parole, che diventano nuclei tematici, orizzonti problematici, metafore dialoganti e introspettive.

Infatti sempre nell’intervista citata dice:
“C’è una funzione di sacralità nella scrittura, la ricerca delle parole, le parole evocative, mostrare ciò che succede, aprire delle porte, è sempre ciò che mi ha spinto poi ad andare avanti finora ed è sempre ciò in nome di ciò che ho cercato di darmi gli strumenti per portare avanti questo lavoro di esplorazione della condizione umana e della sua vulnerabilità.”

Ho molto apprezzato l’inserimento di lettere e la descrizione di foto che la protagonista trova frugando tra le carte di Annie, ma il vero focus del libro resta l’AMORE, che fa da matrice a tutta la Storia, ma ho trovato struggente quando a pag. 210 parla della memoria: “…La memoria è strana. C’è chi dice che sia selettiva. C’è chi dice che sia intenzionale e deliberata. C’è chi dice che sia irrazionale. C’è chi dice che sia tutte queste cose insieme, ma che è specialmente quella inconscia a influenzarci…
E a proposito dell’amore: «L’amore resta, pure quando l’oblio ce la mette tutta per cancellarlo, l’amore non sparisce mai. E questo è più che sufficiente per dare coerenza a ciò che, di coerente, non sembra avere molto. Tanto, nella vita, i conti non tornano mai: si balbetta e si va avanti a tentoni, talvolta si frana e non ci si rialza, talvolta si ha la fortuna di poter ricominciare daccapo.» Ibidem, pagg. 231-232.

Biografia di Michela Marzano

Michela Marzano (Roma, 1970) è professore ordinario di filosofia morale all’Università Paris Descartes, editorialista de «la Repubblica» e autrice di numerosi libri tradotti in molte lingue. In Italia ha pubblicato, tra gli altri, Volevo essere una farfalla (2011), L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (Premio Bancarella 2014), Papà, mamma e gender (2015). L’amore che mi resta (2017 e 2018) e Idda (2019).

Donato Di Poce, Poeta e critico d’Arte ( www.donatodipoce.net)

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