Il nigeriano boxeur e la benevola giustizia italiana

Il caso del portantino aggredito all'ospedale Umberto I di Roma

Un nigeriano, con una fedina penale lunga un chilometro e l’inutile “foglio di via” in tasca, d’improvviso sferra un pugno a un portantino e poi s’accanisce sul corpo del malcapitato. Se non fosse intervenuto un medico a trascinare via l’improvvisato boxeur, avremmo assistito ad un omicidio in diretta, considerato che la telecamera di sorveglianza ha ripreso tutta la scena. L’argomento propone molti temi sui quali sarebbe bene riflettere: da una gestione dell’immigrazione che continua ad annaspare ad una giustizia italiana che, a volte, è veramente difficile da interpretare.

Il venerdì scorso, il nigeriano aveva tentato di mandare fuori strada la volante dei carabinieri che lo stava trasferendo dal carcere di Velletri ad una struttura d’accoglienza, prima d’essere portato al Centro di permanenza per il rimpatrio. In quell’occasione, fu tale la furia del pazzo, non saprei in quale altro modo definirlo, che il carabiniere seduto accanto a lui sull’auto fu preso a morsi. Ma il giorno dopo, il Gip lo ha rimesso in libertà e lui ha aggredito il portantino.

Video dell’aggressione: nigeriano picchia violentemente il portantino

https://youtu.be/XaWeLJo30e8

Ancora sulla legittima difesa

La prima domanda che mi sono posto è stata: come avrei reagito, se non fossi svenuto dopo il primo pugno e avessi avuto un’arma? Vi dico subito che sarebbe rimasta in tasca e avrei tentato di difendermi a pugni. La reazione sarebbe stata assolutamente diversa se mi fossi trovato in casa, aggredito di notte da uno o più sbandati in cerca di un eventuale bottino. Avrei sparato. E voi, cosa avreste fatto?
Il tema ripropone il dibattito molto acceso sul Decreto Sicurezza, voluto dal Ministro dell’Interno. A grandi linee (Ennio Flaiano avrebbe sintetizzato con un “poche idee ma confuse”) sappiamo di cosa si tratta, ma le visioni ideologiche hanno non poco impedito di comprendere oggettivamente la questione e cioè se esista o non esista il diritto naturale a difendere la propria persona, la propria famiglia e la propria casa.

L’utopia non ha mai risolto un problema reale

Lo slogan della sinistra, al tempo della discussione in Parlamento, era: “Non voglio vivere in uno Stato che mi autorizza ad uccidere, ma in uno Stato che mi protegge!” L’utopia non ha mai risolto un problema reale, semmai l’ha creato, e l’idea che uno Stato sappia preventivamente impedire qualsiasi crimine e lo fermi sul nascere, può trovare accoglienza solo nei film di fantascienza, con una popolazione “microchippata” e controllata da un cervellone elettronico. L’espressione era nata come reazione ad un’intervista rilasciata dal Ministro dell’Interno in difesa del gommista Freddy Pacini, omicida di un ladro entrato nel suo deposito.

Il Ministro Salvini e il gommista Freddy Pacini

Incuriosito, andai a vedermi la trasmissione su internet, per documentarmi. La micro criminalità, anche violenta, è in aumento esponenziale e spesso i furti non sono denunciati per timore delle ritorsioni. “Se a casa mia ci sono i miei figli ed entra un ladro, è il ladro che deve avere paura. Ogni italiano è legittimato a difendersi senza subire processi!” tuonò il quell’occasione il Ministro su Sky.
L’idea che lo Stato abbia un controllo del territorio così esteso, da scongiurare qualsiasi atto delinquenziale, è senz’altro giusta, affascinante quanto utopistica. Sicuramente non è un’idea che avrebbe dovuto piacere alla “sinistra”, negli anni sempre pronta a denunciare un fantomatico e orwelliano “Grande Fratello” o uno “Stato di Polizia”, quando per le strade circolavano troppe divise e si effettuavano troppi controlli. Ma le cose cambiano…

Fascino imperituro di un codice penale voluto da Mussolini

Da dove nasce questa cultura giuridica progressista, che contraddice la posizione “all’americana” di Salvini? Dal “Codice Penale Rocco”, ancora ampiamente di riferimento per la nostra Giustizia e firmato nel 1931 dal Ministro Alfredo Rocco del governo fascista. A quel tempo, con una dittatura al potere, camice nere della rivoluzione, carabinieri e l’Ovra (la polizia segreta) che circolava per strada, il codice proponeva l’impostazione di uno Stato autoritario, che si eleggeva ad unico soggetto titolato per proteggere i singoli e che, solo in casi eccezionali, concedeva agli stessi di autodifendersi.

E questa autodifesa doveva essere proporzionata.
In parole semplici, la Giustizia si riservava il diritto di valutare le possibilità di reazione a disposizione di chi subiva l’atto criminale. La reazione eccessiva era punita penalmente ma, in generale, era accettato che il proprietario di un negozio o il residente in un’abitazione potesse difendersi con le armi da ogni tentativo d’ingresso abusivo e violento, come nel caso del gommista, per il semplice motivo che impedire un atto criminale non è possibile.

L’evoluzione della Giustizia italiana dal ’68 in poi

Questo approccio durò fino alla fine degli anni ‘60; successivamente, su spinta della magistratura d’ispirazione comunista, la proporzionalità della reazione fu intesa quale confronto tra la lesione che avrebbe potuto subire l’aggredito e quella patita dall’aggressore. La ragione di questo cambiamento culturale nacque dall’idea, balzana secondo la mia opinione, che il criminale non sceglieva di delinquere, ma vi era obbligato in quanto vittima della società capitalistica e delle differenze di classe.

Per sintetizzare: entro in casa tua e ti rubo tutto quanto m’è possibile, anche con violenza, perché non riesco a trovare un lavoro. Questa impostazione forse ha suggerito al Gip di scarcerare immediatamente il nigeriano già colpevole d’aggressione: è un emarginato, un disperato sul quale non serve accanirsi con il carcere.

Il Decreto Sicurezza dell’attuale governo

Con la nuova legge sulla difesa personale, si è parlato di “giustizia fai da te”, ma sinceramente non credo che negli anni futuri l’Italia possa trasformarsi d’improvviso in una terra di frontiera, popolata da Billy the Kid e Calamity Jane. Ci vuole coraggio e determinazione per sparare ad uno sconosciuto, anche se criminale. È una decisione che nessun onesto cittadino vorrebbe prendere e, francamente, questo atteggiamento non appartiene alla nostra cultura. È più una roba da texani, da duri sceriffi dell’Arizona, stile Eastwood ne “L’uomo dalla cravatta di cuoio”, o da cowboy alla John Wayne.

Riportare la tutela dello Stato verso chi subisce il crimine e non chi lo commette

In conclusione, anch’io voglio vivere in uno Stato che non mi costringa ad improvvisarmi boxeur o uccidere, ma difendere la propria casa, la propria famiglia e se stessi è un diritto naturale. E soprattutto vorrei che tutti gli stranieri, che siano asiatici, africani o europei dell’Est, che vengono qui e commettono dei crimini, si ritrovino nelle galere dei loro Paesi natii nel più breve tempo possibile, senza giustificazioni filosofiche. Lo so che è più facile a dirsi che a farsi, perché ci vogliono accordi con queste nazioni dalle quali parte l’emigrazione, che non hanno alcun interesse a riavere dei delinquenti. Tuttavia, da un punto si deve cominciare e questo punto, per come la vedo io, dovrebbe essere riportare la tutela dello Stato verso chi subisce il crimine e non verso chi lo commette. Se poi ci vogliamo aggiungere che una Magistratura non politicizzata esiste solo sull’isola che non c’è, a tener compagnia agli Stati che impediscono sul nascere gli atti criminali e, senza gridare allo scandalo, buttassimo un occhio verso quei Paesi, come gli Stati Uniti, dove la giustizia funziona, forse spenderemo meno tempo e denaro a spiare politici senza avere notizia di reato, ma solo “colpevoli” d’essere di parte avversa, e indirizzeremo queste risorse a proteggere i cittadini.

Massimo Carpegna