Il “valore” di una medaglia Olimpica

Oro, Argento, Bronzo... non è solo questione di soddisfazione morale

Non vi è dubbio alcuno: chi gareggia per una medaglia lo fa per la soddisfazione di vincerla.  Partecipare è importante, ma arrivare sul podio lo è di più. Per dimostrare a se stessi di avercela fatta, per far vedere agli altri di aver fatto bene. Ripaga i duri allenamenti ed il proprio lavoro, in ogni caso, “ripaga”.

Ma… quanto vale una medaglia?

Dipende. La medaglia d’Oro lo è nel rivestimento. Servono solo 6 grammi di metallo prezioso per realizzare la copertura esterna, il rimanente (580 grammi) è d’argento.  Volendo monetizzare, una medaglia d’oro arriva a poter essere valutata (oggi) sino a un massimo di 550 euro. Regolatevi di conseguenza per le altre, si va a scendere. Una medaglia d’argento è puro argento,  e non supera i 225 euro di spesa viva. La medaglia di bronzo (ottenuta con una lega di Rame e Zinco) non raggiunge i 5 euro (pochissimo). Eppure, non è questo il loro valore per gli atleti, in due sensi: spiritualmente non ha valore (è impagabile), concretamente ne ha parecchio di più.

La rivalutazione avviene dopo, è sul mercato (in specie per le famose, legate ad imprese memorabili o a sportivi noti),  include la compra-vendita nelle aste o tra privati. Le offerte base partono dai 4000 euro sino a quasi 8000 euro, per le più richieste non c’è prezzo stabilito (soprattutto all’estero).

Il vero “guadagno” lo permettono gli Stati e la pubblicità.

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Sponsor e altri tipi di extra consentono introiti personali non indifferenti. Accrescono i redditi. Si diventa persino “ricchi” se piaci alla gente o risulti “mediaticamente” comunicativo e molto visibile. Se, poi, investi in attività proficue quello che ottieni sfruttando la tua immagine e la tua fama, ancora meglio. Il gossip aumenta le entrate, interessa più di ogni resto. Nell’era del digitale, siti e blog traducono la curiosità di massa in contanti, i numeri in trasferimenti finanziari sui conti bancari.

Anche le nazioni “pagano” gli atleti.

Non so se essere d’accordo, anzi, non lo sono. Abbinare un compenso economico ad un simbolo tanto decoroso, significa diminuirne la bellezza virtuosa (la sporca un po’).  Pensate che a Pyeongchang la Norvegia (in testa nel medagliere, con prestazioni eccellenti) non assegna nulla ai suoi ragazzi  (e lo meriterebbero). L’Italia ha sempre avuto la manica più larga tra tutti i paesi che partecipano ai Giochi. Il Coni sborsa nelle tasche del singolo (tasse escluse, che ammontano a circa un 20% sul totale) rispettivamente: 150.000 euro per ciascun oro, 75.000 per ciascun argento, 50.000 euro per ciascun bronzo. Non parlo dei finanziamenti ai gruppi e alle società. A me non piace, eticamente. Vuol dire che la spinta te la danno pure i soldi, e una parte se la prende il Fisco.