Il Ché Guevara nel discorso di Algeri

Hasta la victoria siempre (fino alla vittoria sempre).

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Il 24 febbraio 1964 ad Algeri, in occasione del II Seminario afro-asiatico, Ché Guevara al culmine della notorietà, pronunciò uno dei suoi più bei discorsi, che rappresenta ancora oggi il culmine della maturità raggiunta da questa specie di moderno guerriero della rivoluzionario socialista.

Il discorso racchiude in sé l’apoteosi dello spirito ideologico ed il pensiero di un uomo che aveva consacrato tutto se stesso e la sua stessa vita ai principi rivoluzionari socialisti e alla lotta politica, contro  l’oppressione e lo sfruttamento della piovra imperialista e dei padroni.

L’ideologia del Ché

Classe 1928, nato a Rosario in Argentina, di famiglia agiata, una laurea stentata in medicina, ma senza mai esercitare la professione, chiuso ed introverso di carattere, riflessivo, malaticcio di salute, amava viaggiare e vagabondò in giro per il sud america per anni senza meta. Lo fece eroicamente,  facendo lavori occasionali, e vivendo di espedienti. Una esperienza che lo mise a contatto con i più umili, poveri e disagiati di ogni genere e nazione, minatori, contadini, operai, pescatori, malati, lebbrosi. Furono  proprio queste conoscenze dirette e le condizioni misere e malsane della gente visitata in quegli anni a segnarlo profondamente. Il fulmine arrivò con l’incontro di Fidel Castro che lo avvicinò alla lotta politica, e quasi contemporaneamente alla scoperta delle teorie di Il capitale. Con Castro ritrovò se stesso, i propri ideali e la propria missione con Marx il suo credo. Negli anni perfezionò l’ideologia e aderì alla teoria rivoluzionaria della lotta di classe. Da allora, esportare la rivoluzione nell’eterna lotta contro gli oppressi divenne la sua missione di vita. “.. su tutti i fronti e in tutte le sue manifestazioni..”Ancora oggi è considerato un mito.

Dalla lotta da politica a quella militare il passo fu breve, la forma di guerra prescelta era la guerriglia armata, basata su imboscate, raid, agguati e rapidi colpi di mano. Il tutto con l’aiuto e il favore del popolo. Creare uno, due, tre Vietnam, al fine di sgretolare le forze e l’energia del nemico, questo era il metodo.

Odiava il denaro non ne aveva mai posseduto, anche quando arrivò al culmine della carriera,  ministro dell’industria, non se ne curò. Voleva addirittura abolirlo e lo riteneva il principale responsabile delle disuguaglianze civili, una sorta di privilegio. Credeva e lottava per una nuova unità sociale, chiaramente di stampo marxista, priva di egoismo, Si indignava per l’uso eccessivo dei mezzi privati, privilegi e prebende, era dotato di una straordinaria umanità, dava tutto a tutti e, non tratteneva nulla per sé. Agiva come pensava, fedele fino alla fine alle proprie convinzioni, contro tutte le ingiustizie, per un nuovo modello di socialismo totalitario ed internazionale.

Un uomo per certi versi eccezionale, non c’è nesono tanti ma ne sentiamo il bisogno.

manifesto pro rivoluzione a Cuba

Il discorso di Algeri

Il Ché era allora un simbolo, l’ispirazione principale di quella rivoluzione che aveva così bene incarnato, aveva avuto tanto successo e faceva tanto discutere. Amato e citato per la grande purezza d’animo, era l’emblema delle politiche comuniste riformiste, massimaliste e radicali ancora oggi tanto sbandierate dalla sinistra estrema. Ne riportiamo alcuni punti salienti e le affermazioni più comuni.

“Il socialismo non può esistere se non si opera prima un cambiamento radicale nelle coscienze tale da determinare un atteggiamento di

fratellanza nei confronti dell’intera umanità.”

La rivoluzione è una causa nobile e dolorosa al tempo stesso ma indiscutibilmente necessaria. La lotta contro le ingiustizie nei confronti dei deboli, principalmente,operai, contadini e minatori, deve essere ovunque c’è oppressione, ovunque esiste sfruttamento, là occorre unirsi per debellare   l’imperialismo che soffoca le libertà degli individui. La necessità è quella di aiutare qualunque popolo al di là delle bandiere, per sostenerlo nel raggiungimento dei fini della rivoluzione.

Detestava l’inefficienza burocratica dello stato e del partito, l’assurdità delle leggi di mercato che fissano il prezzo sulla base di meccanismi finanziari o sulla base di scambi commerciali già preventivamente sottoscritti, o comunque su base esclusivamente economica è mostruoso, -diceva – i mercati non considerano il valore reale delle merci, “senza parlare del sudore e patimenti senza limiti dei paesi arretrati.”  Se questi sono i rapporti di produzione delle merci, dobbiamo convenire che anche i paesi socialisti, sono complici dello sfruttamento imperialista… e … hanno il dovere morale di farla finita con la tacita complicità dei paesi occidentali”.

Una rivoluzione per essere duratura ed avere successo non deve far altro che intervenire su l’intera struttura esistente, e non essere altro che brutale, irreversibile e marxista. Affermava.

L’uso della violenza è da condannare, certo, ma in battaglia bisogna uccidere per non essere ucciso, la guerra rappresenta un perseguimento di quella lotta per la rivincita, la liberazione degli oppressi dal giogo del capitalismo, dell’imperialismo occidentale e della borghesia rampante che cominciava a diffondersi attraverso l’opera di sfruttamento economico e le politiche di neocolonizzazione nei paesi sudamericani da parte di capitalisti senza scrupoli.

Bisogna essere ostili ai governi, specie se si tratta di dittature militari, essi sono spesso fantocci nelle mani delle multinazionali del petrolio e dell’industria estrattiva. Il Ché sognava una vera riforma agraria capace di abolire o limitare la proprietà privata, era favorevole alla statalizzazione dei mezzi di produzione e una riforma dell’economia da sviluppare sulla falsariga dei piani quinquennali sovietici.

Una fine ignominiosa

Come ministro dell’industria denunciò le deficienze del sistema sovietico e le lacune del modello socialista, ma non riuscì a superare le difficoltà nella preparazione dei quadri e del personale specializzato cubano. Ebbe continui problemi con la formazione, la condizione morale degli addetti, la persistente arretratezza tecnologica, dei cubani, e l’impatto della propria azione fu limitato.

Sul piano economico a Cuba fu un fallimento: la bassissima produttività rimase inalterata, l’ incapacità d’innescare quel processo di crescita economica e sociale, che permettesse un  miglioramento delle condizioni della massa rimase un miraggio. La stessa industria estrattiva su cui tanto puntò, restò poco remunerativa, assai frastagliata e diede modesti risultati. L’apporto dei tecnici e geologi sovietici chiamati a collaborare fu scarso, l’opposizione degli Usa all’estrazione del Nichel, di cui vi era grandi disponibilità, dura. Il ripiegamento sulla modesta coltivazione della canna da zucchero, rimase l’unica via percorribile.

La morte Ché determina la fine non solo di un eroe ma di molte speranze. Con la disastrosa avventura del tentato sollevamento Boliviano finisce la speranza per Cuba e Castro di estendere all’America latina l’ondata rivoluzionaria che aveva squarciato l’isola, finisce anche la speranza di trovare alleati fedeli sul piano politico ed economico per scongiurare l’isolamento del paese. Si esaurisce sul piano emotivo e storico la diffusione delle lotta politica, complice anche una certa stanchezza ed intolleranza verso la guerra e la lotta armata, derivante dall’assurdo impegno Usa in Vietnam. Il prezzo, un prezzo salato lo pagheranno i cittadini cubani, fedeli ancora oggi ad una rivoluzione che persiste ancora oggi.

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S. Ferrara laureato in sociologia, indirizzo Economia e del Lavoro, presso l’università di Urbino, ha collaborato e collabora attualmente con siti web, giornali e riviste locali e nazionali, è giornalista e scrittore. Vive e lavora a Roma.
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  • Comes Carolus

    24 febbraio 1965, non 1964