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Covid e autismo: le famiglie dimenticate

Per le famiglie con un bambino che soffre di disturbi dello spettro autistico sono tempi molto difficili. Le strutture sono chiuse e i genitori devono fronteggiare tutti i disturbi che l’autismo comporta da soli. Mamma Angelica, Catania, racconta la sua quotidianità con il figlio Tommaso di 15 anni.

Il Covid-19 per noi non fa altro che aumentare lo stress, tutte le famiglie che hanno, come me, una condizione di questo tipo, vivono una quotidianità drammatica e stressante al periodo di Covid-19. Viene a mancare la routine, le abitudini. Nel caso di Tommy andare a scuola poiché stiamo facendo la didattica online, quindi non ha la possibilità di vedere i compagni. Già il ragazzo è emarginato perché non è un ragazzino come tutti gli altri, nessuno lo cerca, non ha amici, io evito di mandarlo a scuola perché non mi sento sicura.”

Angelica racconta che “Prima dell’emergenza sanitaria era una giornata sicuramente più leggera e adesso? Un incubo, perché adesso la mia giornata è strapiena di stress. Nel caso di mio figlio Tommy l’autistico è un ragazzo che ha bisogno sempre di attenzioni, da quando si alza, a quando fa i compiti, a quando usciamo, quando sta a tavola, quando scrive e insieme, mi invento qualcosa che posso fare. Il genitore oggi non ha un momento libero e non è una situazione facile. Ci sentiamo soli perché non abbiamo un sostegno. L’unico sostegno sono le terapiste ABA che ci stanno accanto per evitare che la famiglia abbia il sovraccarico. Attraverso mio figlio Tommy i ragazzi autistici ti tolgono tutti i pregiudizi, perché il ragazzo autistico ti ama per quello che sei. Nel cuore mio c’è sempre un velo di tristezza perché penso al domani, a quando non ci sarò più. Sto cercando di lavorare tanto anche sul fatto che Tommy abbia un altro punto di riferimento oltre me”.

La terapista Lucia Baldi dice che a causa del Covid hanno dovuti reinventarsi: “L’unica cosa che abbiamo potuto fare è stata quella di mettere su delle terapie online con i genitori che sono diventati la nostra lunga mano e hanno fatto i terapisti dei loro figli. Nel momento in cui abbiamo potuto riprendere le attività in presenza anche in questo caso, ci siamo dovuti riadattare, ci siamo concentrati sulle terapie singole, ovviamente con grosse restrizioni perché anche il fatto di dover utilizzare i dispositivi di sicurezza,  le mascherine, le visiere e mantenere una certa distanza, non ci permette di fare il nostro lavoro come lo facevamo prima. Nel momento in cui dobbiamo insegnare ai bambini a pronunciare bene una parola, il fatto che non possano osservare il nostro labiale, diventa un grosso problema. Quello che speriamo è che queste attività possano riprendere vita in presenza il prima possibile in sicurezza“.

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