La mortalità per covid-19 risulta essere la più alta in Italia. Tanti scienziati, allora, stanno cercando di dare una risposta a tutto questo.
Uno studio pubblicato su Nature, promosso dalla ‘Covid-19 Host Genomics Initiative’, ha permesso di individuare 13 posizioni del genoma umano, che sono fortemente associati al rischio di infezione da Sars-CoV-2 o alla gravità della malattia.
“Abbiamo avuto molto più successo rispetto a esperienze passate nel comprendere il ruolo della diversità genetica perché abbiamo partecipato ad uno sforzo concertato per raggiungere le popolazioni di tutto il mondo”, afferma Stefano Duga, ricercatore di Humanitas e docente di Biologia molecolare di Humanitas University. “Il lavoro da fare è ancora molto, ma siamo sulla strada giusta per comprendere meglio questa malattia”, dice l’esperto ad Adnkronos.
Di queste 13 posizioni del DNA (dette “loci”), viene descrtto in una nota – due avevano frequenze più elevate tra i pazienti dell’Asia orientale o dell’Asia meridionale rispetto a quelli di origine europea. Uno di questi due loci, in particolare, è vicino al gene Foxp4, che è collegato al cancro del polmone.
In particolare – ha spiegato Ganna – abbiamo trovato quattro regioni del Dna che aumentano il rischio di contrarre l’infezione e nove che invece aumentano la probabilità di sviluppare forme gravi di malattia. Alcune hanno a che fare con la risposta immunitaria, ed erano già note per il loro coinvolgimento in malattie autoimmuni e infiammatorie, mentre altre riguardano la biologia del polmone e hanno a che fare con malattie come la fibrosi e il tumore”
Ora, lo studio di questi genomi, può essere sfruttato per trovare nuovi trattamenti più efficaci.
“Meglio riusciamo a curare il Covid-19, più la comunità medica saprà gestire la malattia e il suo impatto sulla società – sottolinea Rosanna Asselta di Humanitas – A questo scopo, il consorzio globale ha reso immediatamente disponibili alla comunità scientifica i dati raccolti, in modo da accelerare il più possibile le ricerche da parte di altri scienziati. L’obiettivo è scoprire strategie terapeutiche che consentano, grazie al contributo della genetica nel comprendere i meccanismi molecolari della malattia, di utilizzare farmaci già esistenti (il cosiddetto ‘drug repurposing’) che potrebbero portare rapidamente a nuove terapie”.











