Come topi in metrò

Ogni mattina, a Roma, un mouse-man si alza e sa che dovrà soffocare dentro la metropolitana o arriverà tardi a lavoro.

Ogni mattina, a Roma, un uomo si alza e sa che dovrà soffocare dentro la metropolitana o arriverà tardi a lavoro. La metro (metrò?) rappresenta forse la perfetta metafora dello squallido millennio dentro cui si è caduti. Mentre le lancette dell’orologio biologico volano senza mai perdere neppure un millesimo di secondo, a nessuno è concesso un attimo di respiro per osservare ciò che lo circonda e gli sta vicino. Ci si sveglia in fretta, si mangia in fretta, si va in bagno in fretta e si corre in ufficio. Si lavora in fretta, si scrive in fretta, si parla in fretta e si corre a casa, dove si cena in fretta e si dorme in fretta. Tutto poi ricomincia nuovamente da capo. In questa ossessiva maniera il nostro tempo procede a ritmi schizofrenici e il cerchio si chiude come niente fosse.

Migliaia di persone si schiacciano tutti i giorni dentro la metropolitana e sgobbano guadagnando due spiccioli per vivere una vita che poi neanche gli piace. I mouse-man, appiccicati tra di loro, si guardano e sghignazzano. Nonostante si vestano uguale, mangino uguale e frequentino gli stessi posti, si credono diversi e superiori l’uno rispetto all’altro. Entrambi tirano a campare, ma tutti e due si sentono unici e straordinari. L’inganno è servito. Game over.

La ragnatela del sistema economico e sociale dentro cui l’Occidente è intrappolato non concede vie di fuga. Il risultato di 2000 anni di spasmodica devozione al dio denaro ha portato ad un’inesorabile omologazione verso il basso. Si prenda ad esempio il problema della droga. Da sempre affare del ceto ricco-benestante, ha raggiunto qualsiasi strato sociale, dal ceto medio ai più poveri. La nevrosi e la depressione, dilemmi riservati a ricchi e borghesi, hanno finito per prendersi anche tutte le altre esistenze meno abbienti. Giovani e non. Come una parabola cartesiana che va giù in picchiata verso l’abisso.

Raggiunto un obiettivo c’è n’è subito un altro più importante e difficile da conquistare, senza mai fermarsi. Senza mai fine. Una struttura sociale ammanettata ad un processo produttivo che sottomette continuamente l’uomo cancellandogli ogni identità. Una competizione costante ed infinita dove c’è sempre uno che vince ed uno che perde. PIL, Spread, Welfare, Fiscal Compact, Facebook, Instagram e Twitter ipnotizzano lo sguardo dell’uomo davanti a uno schermo e gli incollano il sedere sul divano facendogli credere sia sempre Natale o Capodanno. Sù la testa e in alto i cuori.

Riccardo Chiossi