La quarantena dei ricchi e quella dei poveri

I soldi non fanno la felicità, ma potrebbero invece fare la felicità in quarantena. Un conto è passare 24/24 in un castello, un altro è farlo in un monolocale.

I soldi non fanno la felicità, lo insegna la vita ed è da stupidi pensare il contrario. Usando il condizionale, i soldi potrebbero però fare la felicità in quarantena. Un conto è passare 24 ore su 24 in un castello, un altro è farlo in un monolocale o bilocale. Ad ogni modo, stupido è anche sostenere che il mondo sia stato messo agli arresti domiciliari. Rimanere in casa si tratta solo di responsabilità civile, solidarietà umana e rispetto, sia verso gli altri che verso sè stessi. Uno sgarro alla regola comunque è tollerabile e perché no anche condivisibile. Basta che sia appunto solo uno e non di più, altrimenti il coronavirus potrà avere strada libera per continuare a riprodursi in maniera indisturbata.

Talmente tante volte è stato ripetuto il mantra secondo cui il Covid-19 sia un virus democratico, che ormai è un’opinione trasformatasi in verità universale, anche se in realtà non è proprio così. Di certo, ciò che invece non è assolutamente democratico è la quarantena. Ma proprio per niente.

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Repetita iuvant: la quarantena non è democratica. Will Smith, il principino di Bel Air, spalanca la vetrata di camera sua e si affaccia sull’immenso verde profondo (cit.), su una piscina olimpionica e su un campo da tennis. Berlusconi esce sul terrazzo della sua villa di Arcore ed osserva anche lui uno spettacolo simile: kilometri e kilometri di giardino, uno zoo, una pinacoteca, un mausoleo personale, un monumento in travertino da 100 tonnellate eccetera eccetera eccetera. Milioni di uomini qualunque sparsi nel mondo aprono la finestra e dinanzi a loro ci sono invece calcinacci, asfalto, immondizia e silenzio. Tanto silenzio. Troppo silenzio. Certamente non è elegante fare nomi e cognomi, però rappresenta la strada più schietta ed efficace per raccontare il vero profilo anti-democratico della quarantena. I danni che può causare l’isolamento forzato assieme alla mancanza di contatti sociali sono incalcolabili.

La retorica dello “state tutti a casa” è più fastidiosa di una fistola. I pupazzi sorridenti che da dentro la televisione dicono di rimanere in casa sono insopportabili. Più parlano e più viene quasi voglia di fare il contrario. Solo per il gusto di non ascoltarli, non vederli e disubbidire. Nell’epoca post-moderna, la pubblicità è più importante dell’ossigeno e lo slogan “io resto a casa” è ovviamente diventato subito un hashtag. Chi vive in una casa grande e spaziosa non ha problemi a girare la chiave e chiudersi dentro. Può rimanerci finchè vuole. Un mese, due, tre e così via. Può condividere miliardi di stupidi video mentre finge di divertirsi con le attività più idiote possibili in sala, in piscina, in giardino o nelle altre stanze dell’abitazione. Totalmente diversa è invece la condizione vissuta da quelle famiglie composte da 4 o 5 persone appiccicate in uno sgabuzzino. Non solo devono stare in casa, sono anche obbligati a farlo felicemente. Oltre al danno, la beffa. In questi casi qua sarebbe meglio nasconderle le posate e la pizza mangiarla con le mani.

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Forse ancora peggio della retorica dello “state tutti a casa” è l’ostentazione dei valori famigliari o la loro riscoperta. Anzi, senza il forse. Dubbi non ce ne sono. Lo sfoggio del profondo legame ritrovato e recuperato con le persone care insieme alle quali si passa il periodo d’emergenza è più finto di una banconota da 30€. Sono tutte balle. Sono tutte pose effimere.

Purtroppo non è finita nemmeno qua. Manca anche lei: l’enfasi dell’inno nazionale sui balconi. E’ difficile ricordare un momento della storia in cui gli italiani si siano abbracciati per stare insieme e far fronte comune, all’infuori dei mondiali di calcio. E’ complicato fare questo sforzo mnemonico e riuscire a ricordarselo semplicemente perché non è mai accaduto e mai accadrà. Se non a favore di telecamera, come in questo caso.

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Riccardo Chiossi