La discussione esplosa attorno al gruppo Facebook “Mia moglie” dimostra quanto il tema del patriarcato sia ancora frainteso. La presenza di una donna tra gli amministratori viene usata da alcuni come “prova” che il patriarcato non esista, ma questa lettura ignora il fatto che parliamo di un sistema di potere strutturale, non di singole persone buone o cattive. Per capire davvero cosa significa, bisogna guardare alle regole implicite che orientano i comportamenti, alle gerarchie di genere e ai messaggi che normalizzano il sessismo, online e offline.
Patriarcato: sistema culturale che va oltre i singoli utenti
Il patriarcato è un sistema sociale che assegna agli uomini un ruolo dominante in famiglia, nel lavoro, nella politica, nei media e nella gestione del potere. Non è necessario che tutti gli uomini siano violenti o apertamente misogini perché questo sistema funzioni: basta che le regole non scritte continuino a favorire la prospettiva maschile e a svalutare quella femminile. Il gruppo “Mia moglie”, con contenuti che ridicolizzano le donne, ne è un esempio lampante, indipendentemente dal genere di chi lo amministra.
Come ricorda anche un’analisi de Il Fatto Quotidiano, la cultura patriarcale può essere condivisa e riprodotta anche dalle donne, proprio perché è interiorizzata fin dall’infanzia: nei modi di parlare, nelle battute, nei ruoli “normali” che ci si aspetta da uomini e donne.
Donne, social e patriarcato interiorizzato
Che una donna contribuisca a gestire un gruppo con contenuti sessisti non significa che il patriarcato sia un mito, ma che è penetrato così a fondo nella cultura comune da essere percepito come normale, perfino divertente. Questo fenomeno si chiama spesso “interiorizzazione”: le persone, anche se appartengono al gruppo svantaggiato, fanno proprie le regole del sistema che le discrimina.
Può succedere che una donna:
- si dissoci dal femminismo perché lo vive come eccessivo o radicale;
- difenda contenuti offensivi con l’argomento “si scherza”;
- giudichi più severamente le altre donne di quanto faccia con gli uomini;
- partecipi attivamente a comunità online che oggettivano il corpo femminile.
Tutto questo non la rende “colpevole” in senso individuale, ma mostra quanto sia complesso uscire da una gabbia culturale che si presenta come normalità, ironia, intrattenimento.
Formati digitali che normalizzano il sessismo
I social non “inventano” il sessismo, ma lo amplificano. Meme, screenshot di chat di coppia, foto di partner esposte senza consenso, commenti che ridicolizzano il corpo o la personalità di una donna: sono tutti contenuti che trasformano la vita privata in spettacolo, spesso a spese della parte più vulnerabile.
Il problema non è solo etico, ma anche culturale. L’immagine della donna come “palla al piede”, “esagerata”, “isterica”, “esigente” continua a essere riproposta, rinforzando l’idea che disprezzarla o deriderla sia normale. Questo tipo di narrazione, ripetuto migliaia di volte in bacheche e gruppi chiusi, sedimenta la percezione della donna come personaggio comico o bersaglio, non come persona con diritti, desideri e limiti da rispettare.
Patriarcato e responsabilità condivisa
Una delle trappole più frequenti quando si parla di patriarcato è pensare in termini di “colpa individuale”: chi è peggio, l’uomo che crea il gruppo o la donna che lo amministra? È una domanda che sposta lo sguardo dal problema reale, che è strutturale. Il patriarcato si mantiene quando:
- gli uomini non mettono in discussione i propri privilegi e ridicolizzano chi lo fa;
- le donne vengono educate a sopportare, minimizzare, giustificare;
- istituzioni, media e algoritmi dei social premiano contenuti tossici perché generano engagement.
Parlare di responsabilità condivisa non significa mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, ma riconoscere che senza un cambiamento collettivo (di linguaggio, di educazione, di regole) la struttura resta intatta. Il fatto che alcune donne partecipino a dinamiche sessiste dimostra quanto il sistema sia capillare, non che sia inesistente.
Dal gruppo “Mia moglie” alla vita reale: perché i contenuti non sono solo “scherzi”
Molti difendono questi gruppi sostenendo che “è solo ironia”, “si fa per ridere”, “è umorismo tra adulti consenzienti”. Eppure, le ricerche sulla cultura online mostrano che la ripetizione costante di stereotipi e insulti verso un gruppo sociale contribuisce a normalizzare la discriminazione e, nei casi più gravi, a giustificare la violenza. Se la donna è sempre rappresentata come oggetto, esagerata o ridicola, sarà più facile non prenderla sul serio quando denuncia un abuso o una discriminazione.
Inoltre, quando foto e messaggi privati vengono condivisi in gruppi chiusi senza consenso, il confine tra “scherzo” e violenza digitale (come il revenge porn, lo slut-shaming o l’umiliazione pubblica) diventa pericolosamente sottile. Chi partecipa, commenta, ride o condivide contribuisce a creare un clima in cui la dignità della persona vale meno del like o della reazione divertita.
Come reagire: strumenti concreti contro le dinamiche patriarcali online
Chi non si riconosce in questo tipo di contenuti può sentirsi impotente, ma esistono passi concreti che contribuiscono a cambiare il clima culturale:
- Segnalare contenuti o gruppi che violano le policy delle piattaforme (hate speech, nudità non consensuale, incitamento all’odio).
- Non alimentare l’algoritmo: evitare commenti e condivisioni indignate che, paradossalmente, fanno salire la visibilità del contenuto.
- Creare e sostenere spazi alternativi che promuovono rispetto, ironia non sessista, narrazioni diverse sulle relazioni di coppia.
- Parlarne offline: discutere con amici, partner, figli e figlie di cosa c’è dietro questi “scherzi”, allenando lo sguardo critico.
Il cambiamento culturale rispetto al patriarcato non passa solo dalle grandi campagne politiche, ma anche da scelte quotidiane: quali contenuti seguiamo, cosa normalizziamo con una risata, dove decidiamo di mettere un limite. E il fatto che una donna possa essere amministratrice di un gruppo sessista non è una smentita del sistema, ma una prova di quanto sia urgente imparare a riconoscerlo, nominarlo e metterlo in discussione, insieme.











