C’è vita oltre la crisi

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I numeri con cui si è chiuso il 2013 parlano di crisi e parlano chiaro. Sono infatti state chiuse 93 aziende al giorno, peggio del 2012 con 62 chiusure ogni 24 ore. Attualmente presso le Camere di Commercio risultano registrate 6.070.296 imprese. Un numero che in pratica riporta il sistema delle piccole e medie imprese al 2005, ben tre anni prima dell’esplosione della crisi. È questa l’analisi del Centro Studi Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della Piccola e media impresa) realizzata con i dati Movimprese relativi al terzo trimestre 2013. Calcola invece Unioncamere che, sempre nel 2013, hanno invece chiuso i battenti mille imprese al giorno, mentre uno studio della Cgia di Mestre calcola ancora che, dal 2008 al 2013, hanno chiuso in totale quasi 134 mila piccole imprese di commercianti e artigiani schiacciati dal costo dell’energia elettrica aumentato del 21,3%, del gasolio a più 23,3% mentre la Pubblica Amministrazione ha dilatato i tempi dei pagamenti a 35 giorni.

Le conseguenze sono, nella maggior parte dei casi, il licenziamento o la cassa integrazione dei dipendenti che, trovatisi smarriti e con famiglie a carico, decidono che continuare a vivere così non ha più senso. Secondo uno studio condotto da Link Lab, centro studi della Link Campus University di Roma, sono in totale 119 gli italiani che, nei primi 10 mesi del 2013, hanno deciso di farla finita perché schiacciati dal peso delle difficoltà economiche. Soltanto a ottobre, ci sono stati 16 morti, in aumento rispetto ai 13 registrati nel mese di settembre. Quello dell’ateneo romano non è però l’unico studio sul fenomeno dei suicidi legati alla crisi. Anche la Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre, lo scorso anno ha pubblicato dati molto preoccupanti su questo tema: tra il 2008 e il 2010, secondo l’associazione veneta, il numero di persone in difficoltà economica che si sono tolte la vita è cresciuto di oltre il 24%, da 150 a 187 all’anno, mentre il tentativo di suicidi è passato da 204 a 245.

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Anche per chi il lavoro non lo ha e dunque non deve preoccuparsi di perderlo, la situazione non è affatto tranquillizzante. La disoccupazione giovanile in Italia a fine 2012 è arrivata al 35,3% – rileva l’Ocse -. La percentuale di senza lavoro nella fascia under 25 è più elevata tra le donne (37,5%) che tra gli uomini (33,7%). Nell’ultimo anno, la disoccupazione in Italia è cresciuta a un ritmo più elevato rispetto all’insieme dell’Unione europea, ed è ora “un punto percentuale più elevata della media dei Paesi Ue”. A metà 2012 il dato italiano era invece in linea con la media. A fine maggio, la disoccupazione nel nostro Paese ha toccato quota 12,2%, dopo un aumento “quasi continuo” nei due anni appena trascorsi.

La mortificazione dell’uomo a seguito della mancanza del lavoro è un prodotto culturale che affonda le proprie radici nell’800 e che Marx aveva descritto come un canone antropologico per cui “l’essere dell’uomo è determinato dalla maniera in cui egli si procura i propri mezzi di sostentamento”. Procurarsi i propri mezzi di sostentamento equivale però a sottostare a logiche produttivistiche che annullano la libertà dell’uomo e in cui la forza lavoro è pura potenza di produrre sradicata completamente della qualità. La riproducibilità tecnica, l’automatismo produttivo svuotano di significato il lavoro e lo rendono al contempo equivalente e dipendente dal salario. Senza lavoro, quindi senza soldi, non si sopravvive perché si è persa la capacità di autodeterminazione, la capacità di credere che si possa essere qualcosa al di là del salario e addirittura senza salario. Tuttavia gli scenari economici e culturali che hanno subito in questi ultimi anni profondi cambiamenti e che hanno portato al collasso il sistema capitalistico fin’ora conosciuto  e con esso la perdita irrimediabile di milioni di posti di lavoro, hanno prodotto, scientemente o meno, un nuovo progresso e una nuova capacità di autodeterminazione.

Ci sono ad esempio Carla e Simona, fondatrici di Sensumlab, laboratorio di serigrafia artigianale in fieri. Dopo anni di fatiche fra lavori al bar e commesse nei negozi, sono giunte ad aprirsi una loro attività assolutamente innovativa riuscendo, forse, anche ad avere fondi dalla Regione. La loro filosofia di vita è una linea orizzontale basata su criteri di reciprocità, equità e fiducia. Per riuscire ad emergere si sono avvalse di tante collaborazioni e di forme di baratto sociale. Sono infatti partite dalla produzione di calze ai cui disegni hanno partecipato molti artisti emergenti di Roma perché hanno capito che le relazioni orizzontali e partecipative hanno strutture più democratiche in cui la collaborazione è permessa a tutti senza un capo che decida, incoraggiando la creazione in un clima collaborativo caratterizzato da una maggiore partecipazione e migliore circolazione di idee. La nuova coesistenza, la riscoperta di valori come la forte reciprocità a scapito di quelli prettamente individualistici, è la svolta che stanno portando avanti queste due magnifiche ragazze di Roma.

C’è Giovanni, una vita a lavorare come fabbro presso l’officina del padre e ora costruisce accessori di moda fatti con i materiali e le tecniche proprie della fabbricazione industriale. Il nome è di fantasia e non posso citarlo perché è diventato talmente famoso da aver firmato un contratto con una famosissima casa di moda che gli vieta di rilasciare interviste sul suo operato prima che questo sia di dominio pubblico.

C’è Marco, ex operaio cassaintegrato che, una volta vistosi lasciato a casa, s’è inventato una nuova vita. Diventato operatore professionista dei massaggi giapponesi Shiatsu, si è aperto un centro di medicina olistica a Padova dove, con l’aiuto di altri due disoccupati, un dietista e uno psicologo, riesce a condurre una vita soddisfacente perché come insegna la filosofia orientale “nulla rimane fermo, tutto si trasforma”.

C’è Elena, fondatrice del blog FashionForchetta che dice: “grazie crisi perché mi hai costretta ad inventarmi un lavoro. In realtà il mio progetto FashionForchetta nasce inizialmente su piattaforma WordPress nel gennaio di quest’anno, e nasce come raccoglitore delle mie passioni: moda, cucina, fotografie, design, arte e sport. Pensieri e fiumi di parole, foto e il mio mondo in generale riempiono giornalmente le pagine del blog. Me ne accorgo che inizio ad avere gente che mi segue: 50/70, fino ad arrivare a 200 al giorno. Da qui la decisione di prendermi un dominio tutto mio visto che WordPress mi limitava molto. Adesso FashionForchetta ha quasi 3 mesi, è la mia creatura, un mio bisogno che sta diventando il mio lavoro a tempo pieno. Do spazio ed intervisto designer e stilisti emergenti, fotografi e chef stellati – il tutto nel rispetto delle mie passioni. Ho provato tutto sulla mia pelle, le cose che hanno alla base delle grandi passioni con il tempo danno frutti. E visto che in Italia orma è un’impresa trovare lavoro ho deciso di crearmi io stessa il lavoro”. Grazie a questa visibilità Elena è seguitissima anche da Alessia Marcuzzi che adora il suo blog e viene contattata da tantissime aziende che le offrono contratti di lavoro nell’ottica del do ut des.

C’è Francesco, un ragazzo giovane che si è aperto un blog illuminante su come smettere di lavorare (www.smetteredilavorare.it). Dispensa consigli di ogni genere su come risparmiare, su come vivere con poco usando l’intelligenza e la perspicacia che il consumismo ci ha tolto, come aprire un blog, come vivere in Venezuela etc. “In realtà non so niente – mi confessa – ma quello che ho capito è che alle persone manca di comprendere che tutti hanno delle capacità e spesso hanno solo bisogno che qualcuno glielo dica”. Riceve dalle 5 alle 10 mail al giorno di gente che chiede consigli e lui glieli da senza chiedere nulla in cambio.

A voler cercare, il web è pieno di queste storie, e per fortuna.

Ad ognuno di loro ho chiesto se fossero felici e tutti mi hanno risposto di sì, senza un attimo di esitazione perché : “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose – asseriva Albert Einstein nel lontano 1929 -. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il  conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che  è la tragedia di non voler lottare  per superarla”.

Nella foto René Magritte, La Trahison des images, 1928-29.