Economia
Confcommercio: ripresa non prima del 2023

Prima di tornare al livello dei consumi pre-pandemia bisognerà attendere almeno fino al prossimo anno.
Lo dice il consuntivo 2021 dell’Ufficio Studi di Confcommercio che prevede una crescita del Pil pari al 6,2%. Più al ribasso invece la previsione per i consumi stimata attorno al 5,1%.
La ripresa d’altro canto non è uguale per tutti. Il rischio più grande lo corrono i settori che hanno sofferto le perdite maggiori in tempo di pandemia.
Come si legge in una nota diffusa sempre da Confcommercio, a preoccupare maggiormente in questo momento sono alcuni settori economici, a partire dalle filiere del turismo, della cultura e del tempo libero, mai pienamente coinvolti nella ripresa e ancora ben lontani dai livelli raggiunti nel 2019. La ristorazione e gli alberghi, in particolare, fanno registrare un calo di consumi rispettivamente del 27,3 e quasi del 35%. I servizi culturali e ricreativi perdono il 21,5% e anche altri comparti registrano perdite significative a doppia cifra, come il settore dei trasporti (-16%), dell’abbigliamento e delle calzature (-10,5%).
Anche se il 2020 ha conosciuto una fase di relativa ripresa – almeno per i primi nove mesi dell’anno, con una crescita del 22,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – rimane un anno nero per il turismo italiano, con un calo del 38,4% rispetto al 2019. Federalberghi smorza certi toni trionfalistici e commenta amaramente che “il 2020 è stato l’anno peggiore della storia”. L’Associazione degli albergatori aderente a Confcommercio ammonisce poi che “la burrasca è tutt’altro che passata”.
Una débâcle per il turismo italiano, andato in rosso per il secondo anno consecutivo nel 2021. Sempre secondo Federalberghi sono sfumate 148 milioni di presenze turistiche, l’equivalente di un pernottamento ogni tre, uno su due se consideriamo i soli turisti stranieri.
Il fatto positivo è che i dati italiani sono migliori di quelli europei rispetto all’anno 2019, il che ha permesso al nostro paese di guadagnare la prima posizione per numero di presenze scalzando così la Spagna. Tra le componenti della domanda turistica, le presenze straniere sono calate del 56,1% contro il 20,3% di presenze italiane con segno negativo. Per quanto concerne le strutture ricettive, è stato il settore alberghiero ad andare in maggiore sofferenza, con una diminuzione del 44,3% rispetto alle perdite sempre elevate ma più contenute del settore extra-alberghiero (-28,3%).
In rapporto ai primi nove mesi del 2020 è stato comunque registrato un corposo aumento delle presenze (+22,3%) e degli arrivi (+16,2), con un segno positivo tanto per il settore extra-alberghiero (+27,4%) che per quello alberghiero (+18,7%).
Tra le mete preferite dai turisti italiani al primo posto si trova l’Emilia-Romagna, (15,1% delle presenze complessive, in aumento rispetto al 14,4% del 2019), seguita in seconda posizione dal Veneto col 12,8% e dalla Toscana che arriva a quota 11,1%. La quarta piazza va alla Puglia e la quinta alla Lombardia (che retrocede di una posizione rispetto al 2019).
Per Confcommercio appare dunque evidente che il recupero e la ripresa mostrano un andamento più lento di quanto previsto e i consumi, calati del 7,3% rispetto al 2019, ritorneranno ai livelli precedenti all’emergenza Covid non prima del 2023. Per una ripresa più robusta, afferma Confcommercio, “bisognerà, dunque, attendere condizioni macroeconomiche più favorevoli”, considerato anche che la nuova ondata pandemica, con le restrizioni introdotte per arginarla, e “soprattutto per l’accelerazione inflazionistica innescata dai prezzi delle materie prime”, rischia di bloccare il grande potenziali di consumo delle famiglie italiane. E così il grande eccesso di risparmio forzoso e precauzionale accumulato nell’ultimo biennio difficilmente potrà trovare uno sbocco favorevole in condizioni di incertezza pandemica e inflazionistica.
In conclusione, gli auspici di Confcommercio suggeriscono di sostenere la filiera turistica e le sue estensioni ai settori della convivialità e della cultura. Per fare questo si rende senz’altro necessario fare leva sugli ammortizzatori sociali, senza però che le manovre vadano a gravare sulle imprese in termini di costo, e sull’accesso al credito. Serviranno anche, affermano da Confcommercio, interventi fiscali e contributi a fondo perduto commisurati alle perdite subite in questo tempo di crisi pandemica.









