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Creatività digitale: perché il fenomeno “67” sta conquistando i ragazzi
Che cos’è il fenomeno 67 e perché fa discutere

Avete già sentito parlare del “67”, proclamato parola dell’anno 2025 da Dictionary.com? In realtà non è nemmeno una parola: è un numero che i ragazzi pronunciano come “seisette” e accompagnano con un gesto della mano su e giù. Nel giro di pochi mesi è diventato un simbolo della comunicazione della Generazione Alpha, tra video virali, divieti nelle scuole e genitori che si chiedono che cosa significhi. Al centro di tutto c’è la creatività linguistica dei più giovani, che trasformano un semplice numero in una specie di parola d’ordine condivisa.
Il termine nasce dal brano del rapper di Philadelphia Skrilla, legato a un montaggio di immagini del cestista LaMelo Ball alto 6 foot 7. Da lì, grazie agli algoritmi di TikTok e Instagram, il “67” è stato remixato, urlato, mimato e portato ovunque, fino a entrare nei corridoi delle scuole. Un articolo di Smithsonian Magazine dedicato alla scelta di Dictionary.com descrive il termine come “impossibile da definire”: un’esclamazione che vale tutto e niente, usata per riempire silenzi, stemperare momenti imbarazzanti o segnalare complicità tra coetanei.
Un’esclamazione senza significato (apparente)
Gli insegnanti raccontano di intere classi che esplodono in un “67!” durante le lezioni di matematica quando compare quel numero alla lavagna, oppure lo usano come risposta ironica a qualsiasi domanda. Non esiste una traduzione precisa: a volte è entusiasmo, altre volte è un modo per dire “così così”, altre ancora è puro rumore. Proprio questa ambiguità lo rende perfetto come codice interno della Generazione Alpha, una piccola barriera simbolica che separa “chi è dentro” dal mondo degli adulti.
Nelle critiche più dure, il 67 viene citato come esempio di “brainrot”, contenuti percepiti come senza valore che saturano i feed e rendono difficile concentrarsi su altro. Eppure, se lo si osserva con lo sguardo dei linguisti, assomiglia moltissimo a tanti tormentoni infantili del passato: parole inventate, versi ritmati e filastrocche che sopravvivevano per anni nei cortili e nei corridoi di scuola.
Creatività digitale: cosa rivela il 67 sui ragazzi di oggi
Il successo del 67 dimostra che, anche in un’epoca dominata dagli schermi, i ragazzi continuano a costruire una propria cultura autonoma. La differenza principale è la velocità: invece di circolare per decenni in una singola scuola, queste piccole invenzioni linguistiche rimbalzano in pochi giorni da un continente all’altro. La creatività si sposta dal cortile al feed, ma il meccanismo sociale rimane sorprendentemente simile.
Pronunciare “67” nel momento giusto diventa un test di appartenenza: chi coglie il riferimento è “dentro”, chi non lo capisce resta fuori. È lo stesso principio che, in passato, rendeva speciali certe filastrocche o giochi che gli adulti non conoscevano. Per la Generazione Alpha, questo numero è una valvola di sfogo, un modo leggero per esprimere emozioni difficili da mettere in parole più articolate.
Creatività spontanea nei cortili di ieri e nei feed di oggi
Per capire davvero il 67 può essere utile guardare al lavoro di Iona e Peter Opie, i due etnografi britannici che, tra anni ’50 e ’80, hanno studiato il folclore dei bambini nelle scuole del Regno Unito. Giravano cortili e campi da gioco, annotando rime, insulti, scherzi e rituali che difficilmente finivano nei libri dei grandi. Nel loro classico “The Lore and Language of Schoolchildren” descrivono come i bambini ricorrano a filastrocche apparentemente senza senso per superare imbarazzi, paure o silenzi.
Secondo gli Opie, quelle rime funzionavano come un linguaggio parallelo, più libero, in cui provare ruoli sociali e sperimentare emozioni. Il 67 sembra inserirsi in quella stessa tradizione: è breve, ritmato, facile da imitare e perfetto per essere usato in mille contesti diversi. Cambiano solo il mezzo di diffusione e la scala, perché oggi una “rima da cortile” può raggiungere milioni di persone in poche ore.
Dal cortile a TikTok: il 67 come specchio della nuova socialità
L’espressione “seisette” mostra anche come i confini tra offline e online stiano diventando sempre più sottili. Il numero nasce come frammento di una canzone, esplode su TikTok, arriva nei meme di Instagram, poi rimbalza nelle chat di classe e negli intervalli a scuola. Nei video appare spesso accompagnato da un gesto della mano su e giù, trasformando il termine in un piccolo rituale fisico oltre che verbale.
La rapidità con cui il 67 è stato bandito da alcune scuole ricorda la sorte di tanti slogan e tormentoni del passato. Ogni generazione di adulti tende a leggere questi fenomeni come segnale di decadenza, dall’uso ossessivo di “Kobe!” urlato prima di un tiro a canestro improvvisato fino al disegno della “S di Superman” su quaderni e diari. I ragazzi, dal canto loro, adottano un nuovo codice appena il vecchio viene “colonizzato” dagli adulti.
Il 67 è un sintomo o un motore di cambiamento?
Per alcuni critici, il 67 è la prova di un’infanzia rovinata da smartphone e contenuti veloci. Eppure, se inserito nella lunga storia del gioco infantile, sembra più un nuovo capitolo che una rottura. Il fatto che i ragazzi inventino ancora parole, scherzi e gesti da condividere tra coetanei suggerisce che la capacità di immaginare e creare micro-linguaggi sia intatta.
Piuttosto, è cambiato il ritmo con cui questi codici nascono e svaniscono. Un tempo, una filastrocca poteva restare in voga per intere generazioni. Oggi, il ciclo di vita di un meme si misura in settimane o mesi, sostituito da nuove mode provenienti dal feed. Non è detto che fra 67 anni qualcuno ricordi ancora il “seisette”. Ma il bisogno di giocare con le parole, di costruire simboli comuni e di marcare i confini tra infanzia e mondo adulto è destinato a sopravvivere, in forme sempre diverse, dentro e fuori dagli schermi.









