Economia

Dimissioni dal posto di lavoro, dagli Usa parte l’allarme

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Negli Usa lo chiamano “Great Resignation”, le “grandi dimissioni”. È un fenomeno in continuo aumento negli Stati Uniti sotto la spinta dei mesi tormentati dalla crisi epidemica. Il numero dei licenziamenti volontari ha raggiunto quota 4,5% nel mese di novembre 2021.

Si è provato, se non a spegnerlo, almeno ad arginarlo aumentando i salari, cresciuti lo scorso anno del 4 per cento rispetto a 20 anni fa. È un indice questo della forza dell’economia americana. Per avere un termine di paragone basta pensare al fatto che dal 1990 le retribuzioni in Italia hanno avuto un calo che si aggira mediamente attorno al 2,9 per cento.

Ma quali sono le ragioni che stanno dietro ai licenziamenti? Nell’ultimo biennio, il Congresso e la Federal Reserve hanno concesso ai cittadini Usa dei maxi aiuti fiscali che vanno dai sussidi alle integrazioni di stipendio. Paradossalmente sono stati questi sostegni pubblici a spingere molti lavoratori – molto spesso impauriti dalla possibilità di essere contagiati dal Covid e di poter a loro volta infettare altri – a rinunciare al proprio impiego. Ma non è tutto: spesso ci si dimette perché per molti lavoratori andare a lavorare significa fare trasferte frequenti da una città all’altra. Perciò invece che spostarsi di continuo appare preferibile ricercare una soluzione più comoda e soprattutto più vicina a casa. E c’è anche chi ha sfruttato gli incentivi per aprire una propria attività.

E così, per arginare la marea di licenziamenti volontari, presto soprannominata “Great Resignation”, i datori di lavoro si sono visti costretti a riconsiderare la propria offerta economica alzando le retribuzioni. Una revisione resa necessaria, da un lato, per incentivare più lavoratori a proporsi per una posizione rimasta vacante e, dall’altro, per riuscire a trattenere i dipendenti già in organico.

Questa manovra ha fatto crescere l’indice del costo del lavoro negli Stati Uniti – cioè la misura dei salati e dei benefit corrisposti dai datori di lavoro, calcolata su base trimestrale – di 4 punti all’anno. Così a dicembre 2021 la paga oraria media è aumentata del 4,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020.

Ma così facendo si rischia, come si dice, di fare i conti senza l’oste. Anche se gli aumenti hanno coinvolto, in misura variabile, tutti i comparti dell’economia, non sono bastati a risolvere il problema del Great Resignation. Resta infatti un altro grande problema con cui fare i conti: l’inflazione, cresciuta vertiginosamente a causa della pandemia. I prezzi sono aumentati a una velocità mai vista da decenni a questa parte andando così a produrre uno squilibrio tra la domanda e l’offerta di beni e servizi, per non parlare delle difficoltà economico-finanziare ricadute sulle spalle delle famiglie Usa.

Tra le prevedibili conseguenze di questa morsa, gli esperti indicano un rischio in particolare: la possibilità che l’aumento dei salari possa superare la crescita della produttività lavorativa, con ricadute ancora più pesanti in termini di caro-prezzi. Se il tasso di inflazione dovesse crescere, anche le misure adottate dalla Federal Reserve si farebbero probabilmente più rigide (ad esempio l’aumento del costo del denaro). Sarebbero così penalizzati gli acquisti e le accensioni di mutui e prestiti. Tutto questo nonostante che il 2021 abbia assistito a una crescita del Pil pari a +6,7 per cento, il valore massimo negli ultimi 37 anni.

Il fenomeno del Great Resignation ha raggiunto anche le economie meno forti del vecchio continente, incluso quella del nostro paese. Anche in Italia c’è stata una ondata di dimissioni volontarie, seppure a un ritmo più basso e con un raggio più limitato rispetto ad altri paesi europei. Gli ultimi dati, risalenti al terzo trimestre 2021 riferiscono di una crescita del 2,4 per cento delle posizioni lavorative rimaste sguarnite, un aumento di poco superiore al picco del 2,3 per cento raggiunto nel 2019. In altri paesi le percentuali hanno fatto registrare valori molto alti, come ad esempio in Repubblica Ceca (5,1 per cento), Belgio (4,7 per cento), Paesi Bassi (4,2 per cento), Austria (3,8 per cento), Germania (3,3 per cento). Decisamente sotto la media (meno dell’1 per cento) invece la Spagna e la Grecia, mentre l’Italia, con quota 1,8%, fa segnare comunque il suo personale – e poco tranquillizzante – record.

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