Scienza

Imprecare in palestra migliora davvero la performance?

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Imprecare durante un esercizio “da ultima ripetizione” sembra una cosa istintiva, quasi inevitabile. La novità è che la scienza sta iniziando a trattare questa reazione come una vera strategia di performance: alcune ricerche suggeriscono che ripetere una parolaccia (senza necessariamente urlare o disturbare gli altri) può aumentare forza e resistenza in test fisici brevi e intensi. L’effetto non riguarda la “volgarità”, ma un possibile cambio di stato mentale: meno freni, più focus, più capacità di spingere oltre il limite percepito.

Imprecare in palestra: perché può cambiare il modo in cui spingi

Quando ti alleni, una parte della fatica è muscolare, un’altra è psicologica: dolore, fastidio, paura di fallire, autocontrollo, imbarazzo. In molte situazioni le persone si trattengono, anche senza accorgersene, e non usano tutta la forza disponibile. L’ipotesi più interessante degli ultimi lavori è che una parolaccia, proprio perché “tabù”, agisca da interruttore: riduce l’autocensura, rende più facile “andare all-in” e spostare l’attenzione dal giudizio sociale all’azione.

Questo non significa che imprecare renda invincibili o che sostituisca tecnica, allenamento e recupero. Significa che, in un gesto breve e faticoso (una tenuta isometrica, una serie a corpo libero, uno sprint), il linguaggio può diventare un piccolo strumento di auto-regolazione, simile a un comando mentale: “spingi adesso”.

Gli esperimenti: parolaccia vs parola neutra, cosa è stato misurato

In uno studio recente guidato dallo psicologo Richard Stephens (Keele University), i partecipanti hanno eseguito un esercizio di tipo “chair push-up” (spinta/tenuta con braccia su sedia) ripetendo, in momenti diversi, una parola neutra e una parolaccia scelta da loro. I ricercatori hanno misurato quanto a lungo riuscissero a sostenere lo sforzo. Il risultato riportato è che, mediamente, le persone sono rimaste in posizione più a lungo quando ripetevano la parolaccia.

Un punto interessante è che non si è guardato solo alla prestazione “grezza”: sono state raccolte anche valutazioni su stati interni come fiducia, distrazione, umore e sensazione di essere “dentro” al compito. L’idea è capire se la parolaccia agisca come una spinta emotiva, come una distrazione dal dolore o come un meccanismo di disinibizione che rende più facile usare la forza senza trattenersi.

Imprecare e “stato di flusso”: la teoria della disinibizione

Per anni una spiegazione popolare è stata: “la parolaccia attiva il fight-or-flight”, quindi adrenalina e maggiore tolleranza. Alcuni studi, però, hanno trovato benefici senza segnali chiari di maggiore attivazione cardiovascolare o autonomica, suggerendo che il cuore del fenomeno potrebbe essere altrove. L’interpretazione più recente parla di “state disinhibition”: una riduzione temporanea dei freni comportamentali che permette di impegnare più risorse fisiche e mentali nello sforzo.

Se la disinibizione è la chiave, allora la parolaccia funziona perché rompe una regola interna: “non si dice”. Nel farlo, abbassa la soglia di autocontrollo e rende più facile l’azione pura. In pratica, meno sovrastruttura e più gesto. È anche il motivo per cui molti atleti usano rituali, cue words e self-talk: il linguaggio può orientare il corpo.

Non è solo forza: cosa dicono gli studi su dolore e tolleranza

Il filone “parolacce e dolore” è più vecchio: già da anni esistono lavori che mostrano un aumento della tolleranza al dolore quando si ripete una parolaccia rispetto a una parola neutra. Questo dato è stato replicato in più studi, anche con varianti sperimentali (come l’uso di parole “nuove” rese tabù dal contesto), e suggerisce che il linguaggio emotivamente carico possa modulare la percezione dello stimolo doloroso.

Questa connessione tra dolore e performance è cruciale: negli esercizi intensi, una parte del limite è la capacità di stare nel disagio senza “mollare” subito. Se imprecare riduce la salienza del fastidio o aumenta la determinazione, il vantaggio può emergere anche senza alcun “potere magico” sui muscoli.

Quando funziona di più e quando rischia di non funzionare

Le evidenze disponibili puntano soprattutto su compiti brevi e ad alta intensità: tenute isometriche, prove di potenza, serie molto faticose. È lì che il fattore psicologico pesa di più perché lo sforzo è concentrato e la decisione di resistere o cedere arriva in pochi secondi. In attività di lunga durata e a bassa intensità l’effetto potrebbe essere diverso o più piccolo, e servono più dati per generalizzare.

Conta anche l’abitudine: alcune ricerche sul dolore suggeriscono che chi impreca molto ogni giorno potrebbe ottenere un beneficio minore, come se l’effetto “tabù” si attenuasse. Se la parolaccia diventa routine, perde carica emotiva e quindi perde potenza come interruttore psicologico.

Uso pratico: come provare senza essere sgradevoli

Se vuoi sperimentare, l’approccio più semplice è usare una parolaccia a bassa voce come “cue” solo nel momento critico: l’ultima ripetizione, l’ultimo tratto, la tenuta finale. Meglio evitare ambienti dove può risultare offensivo (palestra affollata, corsi di gruppo, contesti familiari). In alternativa, alcune persone ottengono un effetto simile con parole “cariche” ma non volgari: un comando breve, secco, personale.

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