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Ghepardi mummificati scoperti nelle grotte saudite
Ghepardi mummificati nelle grotte saudite: una scoperta senza precedenti

Nel nord dell’Arabia Saudita, in un sistema di grotte aride e poco accessibili, i ricercatori hanno riportato alla luce i resti mummificati di sette ghepardi e gli scheletri di oltre cinquanta individui. Si tratta del primo ritrovamento al mondo di grandi felini naturalmente mummificati, un tesoro paleontologico che apre nuove prospettive sulla storia di questa specie e sulle strategie di conservazione future. Le grotte fanno parte della rete sotterranea di Lauga, un ambiente quasi sigillato, con umidità molto bassa e temperatura stabile, ideale per conservare tessuti molli per millenni.
Dentro le grotte Lauga: come sono stati trovati i ghepardi
Le indagini, condotte tra il 2022 e il 2023 dal National Center for Wildlife di Riad, hanno permesso di esplorare numerose cavità collegate tra loro. In una di queste, accessibile solo attraverso un inghiottitoio verticale, gli studiosi hanno rinvenuto la maggior parte dei resti: i corpi dei ghepardi giacevano ancora nella posizione di morte, con cute essiccata che lasciava intravedere le ossa, a testimonianza di una mummificazione naturale eccezionale. Oltre ai felini, sono emerse ossa di gazzelle, volpi, una iena striata e un lupo, a indicare una lunga storia di frequentazione animale della grotta.
Mummificazione naturale: perché i corpi si sono conservati così bene
La mummificazione naturale è possibile solo in condizioni ambientali molto particolari. Nel caso delle grotte Lauga, l’aria secca, la scarsità di microrganismi e l’assenza di luce solare diretta hanno impedito il normale processo di decomposizione. I tessuti si sono disidratati rapidamente, bloccando la crescita di batteri e funghi. Secondo il preprint scientifico dedicato alla scoperta, pubblicato su Research Square e riassunto anche da alcune testate scientifiche internazionali, le datazioni al carbonio indicano un arco temporale che va da oltre 4.000 anni fa fino a circa un secolo fa 0.
Perché i ghepardi erano nelle grotte?
Il comportamento dei cheetah moderni non prevede l’uso abituale delle grotte come tane o luoghi di deposito delle prede, perciò la presenza di tanti individui in un ambiente sotterraneo rappresenta un enigma. Una delle ipotesi principali è che molti animali siano semplicemente caduti nell’inghiottitoio, trovandosi intrappolati in un ambiente da cui non potevano più risalire. Le pareti ripide e scivolose avrebbero reso impossibile la fuga, trasformando la cavità in una sorta di trappola naturale. Le telecamere a infrarossi installate dal team di ricerca mostrano che oggi le grotte vengono usate come rifugio da lupi, il che rafforza l’idea che, in passato, potessero attrarre anche altri predatori.
Ghepardi giovani e cuccioli: indizi di un possibile rifugio
L’analisi di venti crani completi ha rivelato che solo sei appartenevano ad adulti, mentre gli altri provenivano da individui tra i 6 e i 24 mesi. Nella grotta principale sono stati trovati anche i resti di nove cuccioli. Questa forte presenza di giovani suggerisce che alcune femmine potessero utilizzare la cavità come rifugio temporaneo per proteggere la prole da altri predatori o dal caldo estremo della superficie. È possibile che, cercando un luogo più sicuro, gli animali abbiano finito per esporsi a un rischio diverso, rimanendo confinati in un ambiente da cui non riuscivano più a uscire.
DNA antico: cosa raccontano i genomi dei ghepardi
Dalla conservazione eccezionale dei resti è stato possibile estrarre DNA sufficiente per sequenziare il genoma di tre individui. I risultati indicano che il campione più recente è geneticamente vicino al ghepardo asiatico Acinonyx jubatus venaticus, oggi ridotto a una piccolissima popolazione in Iran. I campioni più antichi, invece, mostrano affinità con il ghepardo del nord-ovest africano A. j. hecki 1. Questa doppia origine suggerisce che l’Arabia sia stata, in epoche diverse, un crocevia per più sottospecie, probabilmente con flussi di popolazione legati a cambiamenti climatici e alla disponibilità di prede.
Che cosa significa per la conservazione dei ghepardi di oggi
Le informazioni genetiche ricavate dalle mummie rappresentano un riferimento prezioso per chi lavora alla reintroduzione dei grandi felini in aree da cui sono scomparsi. L’Arabia Saudita, dove il ghepardo è estinto da decenni, ha già avviato da tempo programmi di conservazione e allevamento in cattività di altri felini. Sapere che i ghepardi storicamente presenti erano imparentati con popolazioni nord-africane e asiatiche permette di scegliere meglio le linee genetiche da usare in eventuali progetti di rewilding. Alcuni ricercatori propongono di considerare, in futuro, il trasferimento controllato di individui da sottospecie africane più numerose, valutando il loro adattamento a climi aridi simili a quelli della Penisola arabica.
Ghepardi e grotte: un archivio naturale di biodiversità
La scoperta dimostra anche l’importanza delle grotte come “archivi” naturali di biodiversità. In assenza di documenti storici dettagliati e di reperti museali ben conservati, ambienti estremi come le cavità aride possono custodire tracce fondamentali delle faune del passato. Gli autori dello studio sottolineano che ricerche analoghe in altri sistemi carsici potrebbero svelare resti di specie oggi rare o scomparse, fornendo indizi preziosi sulle loro antiche distribuzioni e aiutando a progettare corridoi ecologici e aree protette più efficaci.
Approfondimento: mummificazione naturale e grandi carnivori
I casi documentati di mummificazione naturale di grandi mammiferi sono rari. Si conoscono esempi di animali intrappolati nel permafrost siberiano o in torbiere fredde, ma il caso dei ghepardi delle grotte Lauga è il primo in cui un grande felino viene ritrovato mummificato in un ambiente caldo e secco. Come spiegato in un articolo divulgativo che riassume la ricerca scientifica 2, le condizioni microclimatiche delle cavità – con poca circolazione d’aria, umidità ridotta e assenza di piogge dirette – hanno creato una sorta di “capsula del tempo” naturale.
Una finestra sul passato dei predatori dell’Arabia
Il ritrovamento dei sette ghepardi mummificati e dei numerosi resti scheletrici associati offre un quadro inedito del ruolo di questo super-predatore negli ecosistemi arabi di migliaia di anni fa. Le ossa delle prede rinvenute vicino ai felini permettono di ricostruire almeno in parte le catene alimentari dell’epoca, mentre le datazioni forniscono una cronologia del declino locale della specie. In un momento storico in cui le popolazioni di grandi carnivori sono in calo in tutto il mondo, storie come questa ricordano quanto rapidamente una specie possa scomparire da un intero continente – ma anche come i reperti conservati nel sottosuolo possano aiutarci a progettare un futuro diverso.
Per una sintesi in inglese della scoperta e del suo impatto sulle future strategie di rewilding dei felini, si può consultare l’approfondimento pubblicato da IFLScience sulla mummificazione dei cheetah nelle grotte saudite, disponibile all’indirizzo questo articolo di approfondimento .









