Economia
Lavoro femminile a picco per il Covid. In Italia lavora meno di una donna su due

Il 2020 è stato un anno pessimo per l’occupazione femminile. In campo lavorativo le donne hanno risentito più degli uomini delle conseguenze della pandemia. Lo riporta il Bilancio di genere 2021, a cura del Dipartimento della ragioneria generale dello Stato.
I dati parlano chiaro: per la prima volta dal 2013 scende il tasso di occupazione femminile. Nel 2020, anno dello scoppio della crisi sanitaria, la quota di donne occupate è calata al 49%.
Il calo arriva dopo sette anni di crescita costante che nel 2019 avevano portato il tasso di occupazione femminile a varcare, per la prima volta, la soglia del 50%.
In Italia lavora meno di una donna su due, mentre in Europa a lavorare è in media il 62,7% delle donne. Nel nostro paese la distanza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile ha raggiunto i 18,2 punti percentuali (contro una media europea del 10,1).
Più penalizzate le giovani, le donne meridionali e quelle con figli.
Il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 15 e i 34 anni è del 33,5% (-2,4 punti rispetto al 2019), mentre per le donne tra i 35 e i 54 il tasso arriva a toccare quota 61,8%. Molto bassa anche la quota di donne lavoratrici che vivono nel Sud Italia: il 32,5%. Le madri invece lavorano mediamente il 25% in meno delle coetanee senza figli.
Molto forte – e prevedibile – anche l’aumento della quota di lavoratrici ricorse nel 2020 allo smart working: il 16,9%, 15 punti in più rispetto ai livelli del 2019 (1,3%).
Si parla di una “doppia pandemia” per le donne: lavoro da casa e cura dei figli. Tanto è vero circa otto donne su dieci (il 79% delle madri lavoratrici) hanno richiesto i congedi parentali per Covid erogati dall’Inps, contro il 21% dei padri.
Nel 2020 è aumentata anche la quota di donne Neet – ovvero che non studiano, non lavorano e non si formano – arrivata al 29,3% (in Ue è del 18%). Quasi 1,9 milioni di donne sono costrette poi al part-time involontario: se vogliono lavorare devono accettare una riduzione d’orario. La quota di donne che si trovano in questa condizione – subita e non scelta – è aumentata nel 2020 (da 60,8 al 61,2%) ed è tre volte la media Ue, significativamente più bassa (21,6%).
Il Bilancio di genere nei prossimi giorni sarà presentato al Parlamento dalla sottosegretaria al ministero dell’Economia Maria Cecilia Guerra. “Sono numeri drammatici – ha commentato Guerra – che evidenziano una discriminazione nella discriminazione. Nel nostro Paese figli e lavoro continuano a essere largamente inconciliabili”.
“Rispetto alle crisi precedenti – continua la sottosegretaria – l’impatto di quella pandemica è stato particolarmente negativo sulle donne: si è tradotto non solo in una significativa perdita di posti di lavoro in settori dominati dalla presenza femminile, come il commercio e il turismo, ma anche in condizioni di lavoro peggiori, in una accresciuta fragilità economica e in un conflitto vita-lavoro ancora più aspro del passato”.
Scarsi anche i numeri delle donne imprenditrici o che ricoprono il ruolo di ceo nelle aziende. Eppure le imprese femminili in Italia erano in costante aumento a partire dal 2014. Ma la crisi pandemica ha rallentato in maniera drastica la crescita.
Il Bilancio di genere evidenzia un calo di circa 4mila imprese rispetto al 2019. Nel 2020 le imprese femminili sono il 21,9% del totale. Si tratta inoltre di imprese di dimensioni ridotte a confronto di quelle maschili, per lo più localizzate nel Sud Italia e decisamente più giovani.
Per quel che concerne le società quotate in borsa, la percentuale di donne presenti nei consigli di amministrazione si attesta al 38,8%.









