Economia

Moda: l’Italia terza al mondo per export

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L’export della moda nel 2020 ha fruttato a livello globale quasi 900 miliardi di euro, due terzi dei quali provenienti dai settori dell’abbigliamento e delle calzature. Il resto dell’export è stato generato dal tessile (23%), dalle pelli e dai prodotti in pelle (9%).

La pandemia ha investito anche la moda, ma i diversi comparti non sono stati colpiti in uguale misura. A risentire maggiormente sono state le pelli, che hanno fatto registrare un crollo del 23%, seguite dal tessile (-16,2%). Abbigliamento e calzature hanno invece contenuto le perdite (-4,7%).

A svettare nel mondo è stata di gran lunga la Cina con un export pari a 316 miliardi di euro (35% del totale), seguita dall’Unione Europea con 237 miliardi.

Sul podio, al terzo posto tra gli esportatori mondiali, si posiziona l’Italia: il nostro paese ha esportato articoli di moda equivalenti a 46,7 miliardi di euro. È quanto emerge dal report “Il fashion tornerà di moda?” curato da Sace, del gruppo CDP (Cassa Depositi e Prestiti).

L’Italia, ci informa Sace, raggiunge una quota di mercato del 5,3% ed è seconda al mondo per quanto riguarda le pelli (14%), con un saldo commerciale positivo in tutti i settori (abbigliamento, tessile e pelli).

La moda rappresenta una vera e propria eccellenza italiana (terzo settore settore di export in Italia), capace di vendere all’estero per la qualità elevate dei prodotti.

Un altro punto di forza risiede nella struttura produttiva del nostro paese, nel quale il macro (le grandi imprese) convive con e prospera grazie alla presenza del micro (le piccole imprese localizzate in territori e distretti altamente specializzati).

Il segreto del made in Italy è quel giusto mix di innovazione e tradizione che ha permesso all’artigianato di mantenersi e al tempo stesso di rinnovarsi, adattandosi al tempo, alle tecnologie, ai gusti e alle scelte dei consumatori.

L’industria del fashion resta uno dei principali settori manifatturieri italiani: nel 2019 la moda italiana poteva contare su oltre 56mila imprese attive (il 15% del totale nel campo della manifattura) che davano lavoro a circa 465mila addetti e producevano un valore aggiunto equivalente all’1,6% del Pil.

La crisi pandemica del 2020 ha colpito anche la moda causando una contrazione stimata nell’ordine del 18,5% (una perdita pari a circa 10,6 miliardi). L’andamento negativo ha coinvolti tutti i comparti del settore facendo registrare perdite a doppia cifra in quasi tutti i casi.

Tuttavia negli ultimi mesi del 2021 la produzione manifatturiera è tornata ad avvicinarsi ai livelli pre-crisi (solo -1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. In ripresa anche il fatturato: dopo la contrazione a doppia cifra del 2020 c’è stata la ripresa sostenuta soprattutto dal mercato interno.

A fare da traino all’industria della moda sono state quattro regioni (che generano l’80% delle vendite italiane): Lombardia, Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna.

A reagire meglio alla crisi sono state Emilia-Romagna e Veneto. L’Emilia-Romagna esporta soprattutto in abbigliamento (escluso quello in pelliccia) che difatti nel 2020 ha rappresentato oltre la metà del valore esportato, mentre in Veneto hanno pesato principalmente abbigliamento, pelletteria, valigeria e calzature.

Proprio in Veneto si è distinta Verona, capace di realizzare una performance positiva anche nell’anno della crisi sanitaria, confermandosi anche nei primi tre trimestri del 2021.

Il 2021, sottolinea Sace, è stato un anno di recupero – anche se incompleto per via del protrarsi della pandemia e di alcune criticità. Per il 2022 le prospettive delle imprese della moda restano ottimiste.

C’è attesa della ripresa da parte di importanti mercati di sbocco e i consumi, in un contesto che si preannuncia meno incerto del biennio precedenti, sono destinati ad aumentare.

Un’altra sfida per il settore sarà rappresentata dai nuovi interessi dei consumatori, sempre più orientati all’acquisto di articoli d’abbigliamento comodi e sportivi, più in sintonia coi nuovi ritmi di vita impostisi in pandemia.

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