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Piramide di Giza: rilevate anomalie che suggeriscono un ingresso segreto
Piramide di Menkaure: nuove cavità nascoste sul lato orientale

Le piramidi di Giza continuano a riservare sorprese, e stavolta al centro dell’attenzione c’è la piramide di Menkaure, la più piccola delle tre grandi piramidi della piana. Un team internazionale di ricercatori, nell’ambito del progetto ScanPyramids, ha identificato due cavità d’aria nascoste dietro il rivestimento in granito della facciata orientale. Le anomalie, situate a poca profondità rispetto alla superficie, potrebbero indicare la presenza di un ingresso secondario o di elementi architettonici finora sconosciuti. Le indagini, condotte con tecniche completamente non invasive, offrono un raro sguardo all’interno del monumento senza dover rimuovere blocchi o praticare fori.
Secondo il comunicato della Technical University of Munich dedicato alla scoperta, i ricercatori hanno localizzato due vuoti d’aria collocati a circa 1,4 metri e 1,13 metri dietro la superficie levigata, con dimensioni di circa 1 metro per 1,5 metri e 0,9 metri per 0,7 metri rispettivamente. La zona interessata, alta circa quattro metri e larga sei, presenta blocchi di granito insolitamente lisci, del tutto simili a quelli che incorniciano l’unico ingresso noto sul lato settentrionale. Questo parallelo visivo ha spinto il team a chiedersi se non potesse esistere un secondo varco nascosto, come descritto nel dettaglio dall’articolo della TUM su nuove anomalie d’aria nella piramide di Menkaure.
Tecnologie per guardare dentro la piramide senza toccare le pietre
Il risultato è frutto di un approccio integrato che combina tre differenti tecniche di indagine: tomografia di resistività elettrica (ERT), radar a penetrazione del suolo (GPR) e test ad ultrasuoni (UT). Ogni metodo “vede” la piramide in modo diverso, ma la vera forza del progetto sta nell’unione dei dati in un unico modello tridimensionale attraverso la cosiddetta Image Fusion, un’elaborazione che consente di sovrapporre e confrontare le informazioni.
L’ERT invia correnti elettriche deboli nell’interno della struttura e misura la resistenza dei materiali attraversati. L’aria presenta una resistività molto più elevata rispetto alla pietra calcarea, perciò eventuali cavità risultano come zone ad alto contrasto. Il GPR, invece, utilizza impulsi di onde radio che rimbalzano sulle superfici interne: cambi di materiale o la presenza di vuoti generano riflessioni distintive, restituite sul monitor come discontinuità. I test ad ultrasuoni completano il quadro impiegando onde sonore ad alta frequenza; la velocità con cui queste onde attraversano il monumento permette di distinguere tra blocchi compatti, fessure e vuoti d’aria.
Image Fusion: quando tre mappe diventano una sola
L’integrazione dei dati è stata decisiva. Considerate separatamente, le misure ERT, GPR e UT potevano indicare la presenza di disomogeneità, ma non fornivano un’immagine chiara della loro natura. Sovrapponendo le tre mappe, i ricercatori hanno ottenuto una rappresentazione tridimensionale ad alta definizione delle zone anomale, confermando che si trattava di vere cavità d’aria e non di semplici blocchi con proprietà fisiche differenti.
Grazie a questo approccio è stato possibile definire con precisione la posizione, la forma e le dimensioni dei vuoti, oltre a collocarli rispetto alla griglia dei blocchi esterni. È emerso che una delle anomalie si trova direttamente dietro un grande blocco trapezoidale ad alta resistività, un elemento architettonico che si distingue chiaramente dalla muratura circostante e che rafforza l’ipotesi di una funzione speciale per quest’area della facciata orientale.
Piramide di Menkaure e ipotesi di un ingresso perduto
Da tempo gli egittologi si interrogano sul perché un settore della facciata orientale presenti blocchi di granito lucido paragonabili a quelli che incorniciano l’accesso settentrionale. Nel 2019, il ricercatore indipendente Stijn van den Hoven ha avanzato l’idea che dietro questa zona potesse celarsi un secondo ingresso, magari concepito per scopi rituali o per agevolare una fase specifica della costruzione. Le nuove misurazioni forniscono il primo supporto strumentale concreto a questa ipotesi.
Le cavità identificate potrebbero rappresentare un corridoio appena abbozzato o un vano tecnico utilizzato in fase di costruzione e poi sigillato. Un’altra possibilità è che costituiscano un elemento di alleggerimento del peso, progettato per ridurre le tensioni sul rivestimento esterno in granito. La somiglianza tra la configurazione dei blocchi attorno alle anomalie e quella dell’ingresso settentrionale, però, continua a suggerire un significato particolare per questo settore della piramide.
Muografia cosmica: i muoni al servizio dell’archeologia
Per proseguire le indagini senza danneggiare il monumento, i ricercatori prevedono di ricorrere alla muografia cosmica, una tecnica che sfrutta i muoni prodotti dai raggi cosmici che bombardano costantemente l’atmosfera terrestre. Queste particelle, dotate di energia elevata, penetrano la roccia per decine di metri prima di essere assorbite; posizionando rilevatori attorno o all’interno di una struttura, è possibile ricostruire la densità dei materiali attraversati.
Nel caso delle piramidi di Giza, la muografia è già stata utilizzata con grande successo per individuare il cosiddetto “Big Void” nella piramide di Khufu e per confermare l’esistenza di corridoi nascosti. I muoni funzionano come una sorta di radiografia naturale in grado di mostrare camere, corridoi e cavità che non possono essere raggiunti con altri mezzi. Applicare la stessa tecnologia alla piramide di Menkaure permetterebbe di capire se le due anomalie rilevate sulla facciata orientale sono collegate a spazi più ampi o se si tratta di vuoti isolati.
Cosa possono rivelare queste cavità sulla piramide e sui suoi costruttori
Le nuove scoperte non riguardano solo il singolo monumento, ma si inseriscono in un quadro di revisioni più ampio sulla progettazione delle piramidi dell’Antico Regno. Se le cavità dovessero rivelarsi parte di un ingresso secondario, potrebbero suggerire un percorso rituale alternativo per il faraone Menkaure o una diversa logistica di costruzione e ispezione interna. Anche l’eventuale identificazione di spazi di alleggerimento contribuirebbe a chiarire come gli architetti egizi gestivano le enormi masse di pietra e le tensioni strutturali.
La combinazione di geofisica, fisica delle particelle, ingegneria dei materiali e archeologia dimostra quanto lo studio della piana di Giza sia ormai un terreno di incontro tra discipline molto diverse. Gli strumenti di indagine si fanno sempre più raffinati e consentono di porre domande nuove a monumenti che sembravano già ampiamente studiati. Ogni nuova cavità, ogni vuoto d’aria, ogni variazione nella disposizione dei blocchi è un indizio che può cambiare la narrazione delle origini di questi colossi di pietra e, allo stesso tempo, aiutare a preservarli per le generazioni future.









