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Il processo

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“…I suoi sguardi caddero sull’ultimo piano della casa che si alzava sul limite della cava. Come una luce che si accende d’un tratto, si spalancò una finestra, ed una figura, che a quell’altezza ed a quella distanza appariva esile e debole si piegò in avanti allargando le braccia. Chi era? Un amico? Un uomo di cuore? Uno che provava compassione? Uno che voleva portare aiuto? Era uno solo? Erano tutti? Era ancora possibile venire in aiuto di K.? Si poteva ancora fare qualche obiezione che prima era stata dimenticata? Di certo vi era ancora qualche obiezione da fare. La logica della legge è, sì, incrollabile, ma non resiste ad un uomo che vuole vivere. Dov’era il giudice ch’egli non aveva mai veduto? Dov’era il tribunale supremo davanti al quale egli non era stato ammesso? Alzò le mani con le dita spalancate.

Ma sulla gola di K. si erano già appoggiate le mani d’uno dei due signori, mentre l’altro gli immergeva il coltello nel cuore, facendolo girare due volte nella ferita. Con gli occhi esterrefatti egli vide ancora il viso dei due al di sopra del suo, guancia contro guancia, che spiavano la fine. Come un cane! mormorò, e gli parve che la sua vergogna gli sarebbe sopravvissuta.”

Ho aperto il saggio con la citazione degli ultimi capoversi di un grande romanzo di Franz Kafka: Il processo.

Vorrei che concentraste l’attenzione sull’essenza di tutta l’opera kafkiana tramite la lettura di questa coda. La lettura di ogni grande opera letteraria è una esperienza che si deve affrontare nella solitudine di una stanza, occorre raccoglimento, che è qualcosa di più della concentrazione.

Dobbiamo lasciare che l’autore entri, mediante le sue parole e stile e strutture, dentro di noi. E’ una immedesimazione quasi panica, è necessario riuscire a soffrire dei suoi dolori a gioire delle sue gioie.

Io ho avuto paura di fare questo con Kafka, non mi era mai successo di tremare all’idea di comprendere profondamente uno scrittore. Franz Kafka è, assieme a Marcel Proust e James Joyce, il più grande scrittore che il mondo abbia mai avuto, fare classifiche non è mia abitudine e, forse, non si rende omaggio alla letteratura. Però quando uno scrittore riesce a cambiare la vita dei lettori in maniera così forte e perturbante, si è quasi investiti di una missione: portare ciascuno a conoscenza di ciò che ha così radicalmente mutato la prospettiva.

Misurarsi con l’opera di Kafka significa intraprendere il viaggio più difficile che ci sia, attraverso uno stile metaforico e parabolico illumina i turbamenti presenti nella vita.

Questo ‘dilettante’ della scrittura è affascinante e ad un tempo doloroso, mentre esercitava la professione di impiegato presso le assicurazioni praghesi si divertiva a concepire storie visionarie e surreali.

Il processo fa parte della “trilogia della solitudine”, assieme al Disperso (America) e a Il castello. Il tema della solitudine è imperante in Kafka, come quello della colpa che è sempre inconcepibile e irredimibile. Le immense creazioni letterarie di questo genio mostrano il volto dell’inaudito, all’interno del quale vi è sempre un brandello di verità, qualcosa che ci appartiene profondamente. L’angoscia del vivere, le disgrazie sempre dietro l’angolo, le urla soffocate. Ogni volta che abbraccio con la mente l’intera opera di Kafka, un riflesso mi mette davanti agli occhi il dipinto di E. Munch, L’urlo.

L’opera pittorica che più rappresenta l’angoscia e lo smarrimento dell’uomo nel turbinio della modernità è, nelle arti visive, la più felice trasposizione della letteratura kafkiana.

“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.” E’ con queste parole che il pittore norvegese descrive le scaturigini del dipinto, la stessa placenta in cui germinano i personaggi di F. Kafka.

Il processo è la storia di un uomo giudicato sulla base di leggi che gli sono sconosciute e che alla fine viene giustiziato senza che riesca a capirne la ragione. E’ il terrore e lo smarrimento di un uomo, Joseph K., che da funzionario di banca si ritrova avviluppato nelle maglie della macchina burocratica tribunalizia. Nel tentativo di comprendere i motivi che sono alla base di questa persecuzione, il protagonista scopre che dietro c’è una grande organizzazione che alle sue dipendenze ha non solo guardiani corrotti, ispettori ottusi e giudici istruttori discutibili, ma anche magistrati di alto rango con tutto un codazzo di intrattabili servitori, scrivani, gendarmi e altri aiutanti, e forse anche carnefici.

K. ricorre a un avvocato, che gli dice subito che la sola cosa sensata da fare è di adattarsi alle condizioni esistenti e non criticarle. A questo punto chiede consiglio al cappellano, che gli fa una predica sulla segreta grandezza del sistema e gli ingiunge di non cercare la verità, perché non è necessario accettare tutto come vero, ma accettarlo come necessario.

Una conclusione malinconica, chiosa K., che eleva la menzogna a principio universale. La forza del meccanismo di cui cade vittima K. nel Processo sta precisamente, da un lato, in questa apparente necessità e, dall’altro, nell’ammirazione delle persone per la necessità.

La sottomissione di K. al meccanismo è quella che, ad uno sguardo più intenso, avviene a ciascuno di noi insinuandosi in maniera silente nella nostra quotidianità. Nel caso di K. la sottomissione è ottenuta con la forza, accrescendo il sentimento di colpa che l’accusa infondata suscita nell’imputato. Questo sentimento si basa, in ultima istanza, sul fatto che nessun uomo è totalmente esente da colpe; e poiché K., un indaffarato impiegato (funzionario) di banca, non ha mai avuto il tempo per riflettere su questioni così astratte, viene spinto ad esplorare certe regioni sconosciute del suo io, e ciò, a sua volta, accresce le sua confusione e lo induce a scambiare il male del mondo per un’espressione necessaria di quella generica colpa che è inoffensiva e quasi innocente se paragonata alla perfidia che eleva la menzogna a principio universale e abusa anche della giustificata umiltà umana.

Il senso di colpa che si impadronisce di K. trasforma e modella la sua vittima fino a renderla idonea al processo. L’accettazione di quelle regole assurde, di quel mistero insondabile e della inevitabile fine, inducono lo sventurato protagonista ad accogliere l’esecuzione della sentenza di morte senza lottare, benché sia palesemente insensata. La lezione che F. Kafka ci ha dato con questo romanzo è che la pedissequa sottomissione a regole che non conosciamo, genera individui scevri della loro libertà e del loro diritto di agire e difendersi. Il capolavoro si conclude con una frase di rara pietà e indulgenza: “Era come se la vergogna dovesse sopravvivergli”.

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