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Tilacino: la vera storia genetica della tigre della Tasmania
Tilacino: il mistero genetico dietro una scomparsa annunciata
La storia del tilacino, conosciuto anche come tigre della Tasmania, è da sempre raccontata come il classico caso di estinzione causata dall’essere umano. Caccia, persecuzioni, competizione con i dingo e distruzione dell’habitat sembravano spiegare tutto. Nuove ricerche sul suo DNA aggiungono però un tassello sorprendente: milioni di anni prima dell’arrivo dei coloni europei, questa specie portava già nel proprio genoma una serie di debolezze che ne avrebbero aumentato la fragilità. Un passato scritto nei geni che aiuta a capire perché questo super-predatore marsupiale non sia riuscito a sopravvivere fino ai giorni nostri.
Il tilacino (Thylacinus cynocephalus) era l’ultimo rappresentante della famiglia dei Thylacinidae, un gruppo un tempo diffuso in Australia e Nuova Guinea. Elegante, con il corpo che ricordava un cane e le caratteristiche strisce scure sul dorso, occupava una nicchia da grande carnivoro. Il suo declino è iniziato molto prima del XX secolo: già circa 2000 anni fa era scomparso dalla terraferma australiana, restando confinato in Tasmania, come racconta anche l’approfondimento dell’Australian Museum sul tilacino.
Tilacino in Tasmania: da icona a bersaglio
Dopo l’arrivo degli europei, la Tasmania divenne l’ultimo baluardo di questa specie. Gli allevatori lo consideravano una minaccia per ovini e bestiame, e il governo introdusse ricompense per ogni animale abbattuto. Tra fine Ottocento e inizio Novecento furono uccisi centinaia di esemplari. L’ultimo tilacino noto morì nello zoo di Hobart nel 1936, chiudendo per sempre un capitolo della storia naturale australiana.
Per decenni questa parte della vicenda è stata vista come la causa principale dell’estinzione. Oggi sappiamo che la persecuzione umana ha rappresentato il “colpo finale” su una specie che portava già dentro di sé segni di vulnerabilità accumulati in milioni di anni di evoluzione.
Estinzione: un processo spesso lungo e silenzioso
L’estinzione di una specie è la scomparsa completa e definitiva di tutti i suoi individui. Può avvenire in modo rapido o lento, ma quasi sempre è il risultato di più fattori: cambiamenti climatici, perdita di habitat, nuove malattie, competizione con specie introdotte e, oggi, anche impatti diretti dell’uomo. In natura il fenomeno è sempre esistito, ma il ritmo si è accelerato enormemente con la crescita delle attività umane.
Nel caso del tilacino, la nuova ricerca invita a guardare oltre l’ultimo secolo di vita della specie e a spostare lo sguardo a milioni di anni fa, quando il suo patrimonio genetico cominciò a cambiare in modo profondo.
Geni perduti nel genoma del tilacino
Un gruppo di scienziati dell’Indian Institute of Science Education and Research Bhopal ha analizzato il genoma del tilacino, confrontandolo con quello di altri marsupiali, tra cui il diavolo della Tasmania. Il genoma è l’insieme completo del DNA di un organismo, il “manuale di istruzioni” che contiene le informazioni per il suo sviluppo, il funzionamento e la riproduzione.
Nel DNA della tigre della Tasmania i ricercatori hanno individuato un dettaglio inatteso: la scomparsa di almeno quattro geni considerati importanti in molti altri mammiferi. Si tratta di SAMD9L, HSD17B13, CUZD1 e VWA7. L’assenza di questi geni non è recente: l’analisi suggerisce che la perdita sia avvenuta milioni di anni prima dell’isolamento della popolazione tasmaniana.
Che cosa fanno questi quattro geni “scomparsi”
Ogni gene contribuisce a funzioni specifiche nell’organismo. I quattro geni mancanti nel tilacino sono collegati ad aspetti molto diversi tra loro:
- SAMD9L: coinvolto nelle difese antivirali e nella risposta del sistema immunitario;
- HSD17B13: legato a processi metabolici, in particolare a livello epatico;
- CUZD1: associato alla lattazione e al funzionamento delle ghiandole mammarie;
- VWA7: collegato a predisposizione a tumori e malattie del pancreas, come la pancreatite.
L’assenza di questi geni potrebbe aver comportato sia rischi sia vantaggi. In alcune condizioni ecologiche, la perdita di determinate funzioni può favorire cambiamenti nel corpo e nel comportamento, come una maggiore specializzazione nella dieta. I genetisti ipotizzano che proprio in quel periodo il tilacino sia diventato un ipercarnivoro, nutrendosi quasi esclusivamente di carne e aumentando di dimensioni.
Clima che cambia e diversità genetica in calo
La perdita di varianti genetiche è spesso collegata a periodi di forte pressione ambientale. Circa 6 milioni di anni fa l’Australia attraversò fasi di cambiamenti climatici importanti, con alterazioni della vegetazione e delle catene alimentari. In quel contesto, il tilacino avrebbe accumulato una serie di adattamenti che lo hanno reso più efficiente come predatore, ma anche più dipendente da condizioni ecologiche specifiche.
Le popolazioni ridotte e isolate tendono a perdere diversità genetica. Ciò significa che gli individui diventano più simili tra loro dal punto di vista del DNA e dispongono di meno “varianti di riserva” per far fronte a malattie e mutamenti ambientali. Secondo vari studiosi, fra cui ricercatori dell’Università del New South Wales, il tilacino arrivò all’epoca dell’arrivo dei dingo e poi degli europei con una base genetica già impoverita e una resilienza biologica limitata.
Dingo, coloni e l’ultimo tratto verso l’estinzione
Quando i dingo si diffusero in Australia, portarono una competizione diretta per le prede e per lo spazio ecologico. Più adattabili e con una maggiore diversità genetica, i dingo risultarono avvantaggiati. In parallelo, gli insediamenti umani modificarono paesaggi e disponibilità di cibo, comprimendo ulteriormente il margine di sopravvivenza del tilacino sulla terraferma.
In Tasmania, dove i dingo non arrivarono, la specie riuscì a resistere più a lungo. La pressione cambiò volto con i coloni europei: missioni di caccia organizzate, premi in denaro per ogni animale ucciso, perdita di habitat e malattie introdotte da altre specie domestiche completarono un quadro già fragile. Una specie geneticamente poco diversificata, altamente specializzata e in calo numerico si ritrovò schiacciata tra nuovo clima, nuovi predatori, nuove malattie e nuove forme di persecuzione.
Cosa insegna il caso del tilacino alla conservazione odierna
Lo studio del genoma del tilacino mostra quanto sia importante conoscere la storia evolutiva delle specie per proteggerle in tempo. Una popolazione che ha perso molti geni chiave o presenta bassa variabilità genetica può sembrare numericamente stabile, ma essere in realtà molto vulnerabile a una serie di shock: epidemie, ondate di caldo, perdita di prede o habitat. Integrare le informazioni genetiche con i dati ecologici e con la storia delle interazioni umane diventa quindi essenziale per costruire strategie di conservazione efficaci, prima che altre specie seguano la stessa traiettoria della tigre della Tasmania.









