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2022 anno nero per il lavoro. A rischio 52 milioni di posti per il Covid

Il 2022 sarà un altro anno nero per il lavoro. Lo riferisce l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) in un rapporto appena pubblicato dal titolo World Employment and Social Outlook.

L’agenzia dell’Onu ha stimato che a causa del Covid quest’anno andranno perse un numero di ore di lavoro equivalenti a 52 milioni di posti di lavoro.

Riviste al ribasso le precedenti stime, uscite alla fine dello scorso maggio, che prevedevano per il 2022 un calo corrispondente a 26 milioni di posti di lavoro.

Economia ancora al palo dunque. Servirà più tempo del previsto per la ripresa del mercato del lavoro globale. I livelli di disoccupazione resteranno al di sopra di quelli pre-pandemia almeno fino al 2023.

Il trend negativo continuerà anche nel 2023 dove avremo ancora circa 27 milioni di posti di lavoro in meno, spiega l’ILO nel rapporto. “A due anni dall’inizio di questa crisi, le prospettive rimangono fragili” e il recupero sarà “lento e incerto”, ha dichiarato il direttore generale dell’ILO Guy Ryder.

“Le prospettive del mercato del lavoro globale – afferma il rapporto – si sono deteriorate dalle ultime proiezioni dell’ILO; un ritorno ai livelli pre-pandemia è probabile che rimanga elusivo per gran parte del mondo nei prossimi anni”. Ryder ha spiegato che la revisione al ribasso delle stime è dovuta a numerosi fattori, anche se tra questi il principale resta “la continua pandemia e le sue varianti, in particolare Omicron”.

Per il direttore Ryder non potrà esserci una vera uscita dalla pandemia senza una ripresa in grande stile del mercato del lavoro, notevolmente danneggiato dalla crisi sanitaria con un conseguente aumento della povertà e della disuguaglianza.

Per il 2021 l’ILO stima in circa 125 milioni la perdita di posti di lavoro rispetto al periodo ante-Covid mentre per il 2020 si parla di 258 milioni di posti lavorativi in meno. 

Per quanto riguarda l’Italia, i dati pubblicati dal Ministero del lavoro per i primi tre trimestri tra il 2017 e il 2021 mostrano che l’anno più nero è stato il 2020. Mentre il periodo compreso tra il 2017 e il 2019 aveva fatto registrare una costante crescita, lo scoppio della pandemia ha causato un calo pari al 20% dei rapporti di lavoro rispetto ai primi tre trimestri del 2019. La tendenza è tornata ad avere un segno positivo nel corso dei primi tre trimestri del 2021 facendo segnare una ripresa del 15%.

L’Istat indica che la crisi pandemica ha rallentato la crescita del tasso di occupazione, cresciuto costantemente tra il 2016 e il 2019 (dal 57,2% nel 2016 al 59% nel 2019). Con la crisi sanitaria il tasso occupazionale è regredito invece al 58,1%.

Una situazione oltremodo preoccupante se consideriamo i dati del Rapporto della Commissione del ministero del Lavoro sulla povertà lavorativa (riferiti oltretutto al 2019, dunque precedenti al Covid) secondo i quali l’11% dei lavoratori italiani versa in una condizione di povertà (più di un lavoratore su dieci), mentre almeno un quarto degli occupati ha un salario basso.

Il Ministro del Lavoro Andrea Orlando ha dichiarato che “non si può rimanere senza fare niente”, spiegando che “rimanere fermi vuol dire accettare l’idea del lavoro povero”. Tra le proposte per contrastare la povertà lavorativa ci sono misure come l’introduzione del salario minimo ma anche un sostegno ai lavoratori con un reddito troppo basso sotto forma di “in-work benefit”.

“Non si può dire – ha detto il Ministro Orlando – che non si fa nulla sulla rappresentanza e che non si fa nulla sul salario minimo. Non c’è ancora il dato sul 2020 ma credo che ci sarà un’accentuazione del fenomeno. Sicuramente con la pandemia la situazione non è migliorata”.

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