La bufala della deflazione

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Da ormai alcuni mesi, i commentatori economici ci mettono in guardia da quello che viene definito “lo spettro della deflazione”; ma cosa sarebbe questo spettro che infonde così tanta preoccupazione?

Cos’è la deflazione?

Per deflazione si intende un ribasso dei prezzi, in antitesi all’inflazione che invece è un aumento dei suddetti, dovuto ad uno shock dell’offerta, per qualche ragione le aziende entrano in meccanismi competitivi, o ad uno shock della domanda, cioè cala la richiesta di beni e servizi. Premettiamo che in Europa non siamo affatto in fase deflattiva, il nostro tasso di inflazione è intorno allo 0,8%, però c’è da riconoscere come effettivamente, rispetto ad una tendenza ad un forte aumento dei prezzi negli ultimi sessant’anni, un’ipotesi di imminente deflazione non sembra poi così lontana.

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Un falso problema

Il problema sta nel fatto che ormai il senso comune lega indissolubilmente deflazione e stagnazione economica, sbagliando. Questo senso comune deriva dall’ultima esperienza deflattiva in Europa, quella degli anni ’30, in cui effettivamente, ad un calo dei prezzi corrispose una forte stagnazione economica e ad un calo della produzione. Di contro, possiamo affermare con sicurezza di come questo sia l’unico caso, storicamente, in cui a deflazione corrispose calo del PIL. Difatti, nella seconda metà dell’Ottocento, il PIL di paesi come Germania, USA, Francia e Regno Unito crebbe esponenzialmente a discapito di una forte riduzione dei prezzi.

Le soluzioni sono il vero problema      

Torniamo al punto di partenza: cosa propongono i commentatori nostrani antideflazionisti per ovviare a questo rischio?

1) La BCE deve attuare il cosiddetto quantitative easing, già attuato dalla Fed negli Stati Uniti, ossia procedere ad un massiccio acquisto dei titoli di stato dei paesi dell’eurozona così da immettere liquidità nel sistema economico. Questa soluzione si rivelerebbe assolutamente inutile: continuare a far aumentare il debito pubblico degli stati in crisi soffocherebbe ancora di più i loro bilanci. Gli Stati hanno bisogno di ridurre la spesa e di ridurre le tasse, il nostro in particolar modo; far girare più denaro serve solo a nascondere dei problemi legati alla scarsa produttività del lavoro, alla scarsa flessibilità del lavoro, al malfunzionamento delle scuole e alla lentezza estrema della giustizia civile e penale.

2) I più avventurosi proclamano una uscita dall’euro che, svalutando la nuova moneta, renderebbe più competitivi i nostri prodotti all’estero (solo per il prezzo non per la qualità, intendiamoci) e ciò farebbe risalire il PIL. Peccato che, in Italia, l’export sia l’unico settore uscito quasi indenne dalla crisi, mentre tornare alla lira e svalutare rispetto all’euro ci impoverirebbe tutti, lasciandoci per di più fuori dal mercato europeo, visto che, contrariamente a quanto si sente, non esiste un modo per uscire dal”euro rimanendo nell’UE.

Cosa fare dunque? Al momento nulla, bisognerebbe solo intraprendere quel percorso di riforma dello Stato di cui qui in Italia, dopo trent’anni di malgoverno, avremmo proprio bisogno.

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