Ormai da settimane Ottawa è occupata (e tenuta ben sveglia dal suono assordante dei clacson) dal cosiddetto Freedom Convoy: un convoglio di oltre 400 camion che ha marciato sulla capitale del Canada inizialmente per manifestare contro l’obbligo vaccinale imposto ai truckers, i conducenti dei giganteschi tir nordamericani. Col trascorrere dei giorni però l’obiettivo è diventato sempre più chiaramente quello di forzare le dimissioni del governo Trudeau.
I camionisti ribelli sono apertamente supportati da una parte della politica Usa: dall’ex presidente Donald Trump e da figure dell’establishment a stelle e strisce come il governatore della Florida Ron DeSantis, dal multimiliardario (e cittadino canadese) Elon Musk o dal procuratore generale del Texas che invitano a finanziare la protesta (in pochi giorni sono stati raccolti otto milioni di dollari), mentre televisioni come Fox News inneggiano alle proteste di quelli che chiamano freedom fighters.
Sono le tensioni interne all’impero americano che si allargano oltre confine. Ma è un gioco pericoloso visti i rapporti commerciali e le catene di approvvigionamento che legano gli Usa ai loro vicini settentrionali. L’insurrezione attivamente sobillata da un settore della politica a stelle strisce infatti sta mettendo seriamente a repentaglio un settore strategico come quello dell’automobile.
Ai confini tra Canada e Usa, tra l’Ontario e il Michigan, si solleva un enorme ponte lungo 2,3 chilometri: l’Ambassador Bridge, che si affaccia sul fiume Detroit. La protesta dei camionisti antivax sta paralizzando il ponte bloccando gli accessi a una struttura strategica per i flussi commerciali, posizionata com’è tra Detroit, negli Stati Uniti, e Windsor, nell’Ontario canadese. Ogni giorno attraverso l’Ambassador Bridge transitano oltre 323 milioni di dollari di merci, da 8 mila a 10 mila camion e 40 mila persone.
Da lunedì il ponte è bloccato dalla protesta dei truckers e così, a causa della carenza di componenti per auto provenienti dagli Stati Uniti, da mercoledì scorso gli stabilimenti canadesi di Ford, General Motors, Stellantis e Toyota si sono visti costretti ad arrestare o a rallentare la produzione. E venerdì le autorità dell’Ontario hanno dichiarato lo stato di emergenza.
L’industria automobilistica nordamericana, strettamente integrata tra il Michigan e l’Ontario, è in panne. Il settore automobilistico canadese in questa regione è di vitale importanza tanto per il Canada quanto per gli Stati Uniti. Secondo quanto riporta l’organizzazione Investments Ontario, la provincia è il secondo maggior territorio di produzione automobilistica del Nord America dietro al Michigan, con 1,9 milioni di auto assemblate nel 2019 (stando agli ultimi dati). L’Ontario annovera più di 700 produttori di componenti per auto. Un’industria che ogni anno apporta un sostanzioso contributo (pari a 20 miliardi di dollari) al PIL canadese e dà lavoro, direttamente o indirettamente, a 500 mila persone. Di più: il comparto automobilistico costituisce il principale settore dell’export canadese dato che oltre l’80% dei veicoli prodotti in Canada vengono esportati negli Stati Uniti generando un giro d’affari di 65 miliardi di dollari all’anno.
Il comparto auto è un’industria talmente nevralgica da spingere la Casa Bianca a chiedere al governo di Trudeau di usare i suoi «poteri federali» per sbloccare la situazione. Sarebbe un rompicapo aggirare l’Ambassador Bridge nella regione dei Grandi Laghi. Il ponte più vicino si trova a circa 80 chilometri più a nord e un blocco a oltranza dell’autotrasporto potrebbe produrre danni incalcolabili considerato che, come ha dichiarato a Radio Canada Yan Cimon, professore di Management alla Laval University, Quebec, «il commercio internazionale tra gli Stati Uniti e il Canada si basa per quasi il 70% sull’autotrasporto». Non a caso il governatore della Banca centrale canadese Tiff Macklem ha espresso tutta la sua preoccupazione per l’evolversi della situazione: «Se dovessero esserci blocchi prolungati nei principali punti di ingresso in Canada, ciò potrebbe cominciare ad avere un impatto rilevante sull’attività economica. Abbiamo già tensione a livello della catena di approvvigionamento globale. Non abbiamo proprio bisogno di questo».
Anche i valichi di frontiera con gli Usa (Coutts, Alberta, e Emerson, Manitoba), sono bloccati dalla protesta. Il movimento dei camionisti sta prendendo sempre più forza e slancio. Giovedì è finito nel mirino anche l’aeroporto di Ottawa, mentre il centro cittadino della capitale è ancora paralizzato e le perdite per i commercianti si preannunciano ingenti.











