Confusi e Felici. Metafora della cecità umana

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Cosa accomuna i seguenti personaggi?

–          Nazzareno (Marco Giallini) spacciatore di borgata, attanagliato da attacchi di panico, riluttante ad assumersi le proprie responsabilità di padre e di compagno di Mercedes;

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–          Betta ed Enrico (Caterina Guzzanti e Pietro Sermonti) coppia in crisi, con una carente, anzi inesistente, vita sessuale; entrambi utilizzano dei meccanismi difensivi quali screditare l’altro, da parte di Betta verso Enrico, e rifugiarsi nella vita virtuale, da parte di Enrico;

–          Pasquale (Massimiliano Bruno) conducente di autobus, eterno bambinone, con un rapporto simbiotico con la madre e dipendente da carboidrati e grassi;

–          Vitaliana (Paola Minaccioni) ninfomane, con una fissazione ossessiva per i capezzoli maschili, in cerca di qualcuno che l’addomestichi;

–          Michelangelo (Rocco Papaleo) telecronista sportivo, tradito dalla moglie con un tedesco e con un’evidente avversione ed odio verso la Germania ed i suoi abitanti;

–          Silvia (Anna Foglietta) segretaria dello studio del dott. Bernazzani Marcello (Claudio Bisio), laureata in lingue, amante dell’arte e della letteratura, con un immenso dolore nel cuore, ma determinata a vivere pienamente sempre e comunque.

Il comune denominatore di questi personaggi e delle loro storie, non è solo il “disagio esistenziale” ma, soprattutto, il dott. Marcello Bernazzani (Claudio Bisio), 49 anni, psicoterapeuta senza vocazione e cinico e per sua ammissione, durante la presentazione iniziale, depresso.

Marcello segue in psicoterapia Nazzareno, Betta ed Enrico, Pasquale, Vitaliana, Michelangelo, lavora gomito a gomito con Silvia, di cui però ignora qualunque qualità, assunta per caso e senza leggere neanche il suo curriculum.

Ma cosa accade se ad ammalarsi è proprio lo psicoanalista?

In Confusi e felici, terzo film del regista Massimiliano Bruno, dopo “Nessuno mi può giudicare” del 2011 e “Viva l’Italia” del 2012, viene sottolineata una patologia multifattoriale, che colpisce la parte centrale della retina, detta macula.

Marcello si ammala di una aggressiva forma di “maculopatia degenerativa”, che nel giro di tre mesi lo porterà a diventare completamente cieco. Questo lo conduce ad un ritiro forzato dal mondo e dal suo lavoro, aggravando la sua depressione e il suo cinismo.

Silvia, che non si arrende mai di fronte alle difficoltà, prende in mano la situazione e con l’aiuto dei suoi pazienti, attiva la rinascita di Marcello, ma anche di tutti gli altri, inclusa se stessa.

La maculopatia sembra quasi una metafora della “cecità egocentrica” moderna, fatta del ripiegamento su se stessi, sui propri problemi, sull’incapacità di vedere oltre il proprio naso, di vedere le cose semplici, di godere di un paesaggio, di un viso, di un quadro, di un tramonto o di un alba. Dell’incapacità di poter stendere la mano a qualcuno che versa in situazioni peggiori della nostra, dell’incapacità di saziare la propria anima attraverso la collaborazione, l’aiuto reciproco, lo stare insieme.

Merito del cambiamento di tutti è anche il personaggio interpretato da Giole Dix, terapeuta di gruppo, che sottolinea a Marcello come egli, negli anni, abbia solo fatto assistenza ai suoi pazienti senza curarli realmente e come nella vita sia importante battere il rigore indipendentemente da come poi andranno le cose, perché l’importante è l’azione e non l’immobilità.

La seconda parte del film, infatti, si presenta molto dinamica e ricca di azioni, le storie di tutti si intrecciano, si incontrano e si scontrano, creando una rete fitta di collaborazioni reciproche.

Così Nazzareno impara che la paternità non è poi così male, Betta ed Enrico riscoprono la complicità, Michelangelo cerca di attenuare il suo odio contro i tedeschi, Pasquale lascia andare il suo uomo di latta senza cuore …

Marcello scopre Silvia, scopre l’arte di amare, in una scena che richiama alla mente un po’ quella di Demi Moore e Patrick Swayze in Ghost.

Ma le sorprese non finiscono qui: delizioso è il cameo che vede coinvolti tre grandi della musica Gazzè, Fabi e Silvestri.

Insomma, Confusi e felici è un film tutto da scoprire e che alterna sorrisi a momenti di pura emozione.

Carmen Giordano

A volte forse ... un po’ sopra le righe, ma questa caratteristica mi permette di adattarmi alle situazioni più varie. Sono Carmela Giordano, ma preferisco essere chiamata Carmen, ormai è tutta la vita che mi presento così e a volte mi sbagliano anche i documenti, ma non fa niente, si correggono. Nel 2001 mi laureo il psicologia presso l’ateneo di Urbino. Il lavoro di tesi mi porta ad avvicinarmi ad un mondo “senza parole” fatto di sensazioni, ad un mondo dove … “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (da Il piccolo principe). Divento insegnante di massaggio infantile e socia dell’AIMI, Associazione Italiana Massaggio Infantile. Negli anni, conseguo altre certificazioni, perfezionamenti e specializzazioni. Con la tesi di specializzazione, discussa nel novembre del 2008, riesco ad unire le due passioni della vita: il teatro, con lo studio del "Metodo Stanislavskij" e la psicologia, con l’ottica Funzionale. Nel tempo mi sono occupata di tanti ambiti diversi: clinica, formazione, psicodiagnosi, marketing ed organizzazione di eventi, editoria ed altro.
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