Salute
Covid-19 teme l’aria aperta anche in inverno arieggiando le stanze

Il Covid-19 ha rallentato la sua forza in estate grazie a una cosa semplicissima, il virus teme l’aria aperta e questo vale anche in inverno, arieggiando le stanze da 5 a 10 minuti, per ridurre la circolazione del virus in una fase stagionale in cui le temperature si abbassano e non ci offrono i vantaggi del caldo estivo.
L’aria aperta rallenta l’azione del Covid specie in casa
Il principio di arieggiare le case e gli uffici non è una novità e permette di avere un ambiente più salubre in cui vivere, considerando che virus e batteri proliferano volentieri in ambienti chiusi e caldo umidi, grazie anche agli impianti di riscaldamento. Per questa ragione, anche i mezzi pubblici tengono aperti alcuni finestrini per favorire continuamente il ricambio d’aria, come alternativa agli impianti di purificazione già in uso sulle vetture più moderne.
Dopo quasi un anno di lotta al Sars-Cov-2 anche l’istituto superiore di Sanità (Iss) conferma che gli ultimi studi puntano il dito proprio sulle abitazioni che sono il principale focolaio di contagio della malattia. Federico Garau del Giornale ha riportato il parere di specialisti che invitano a fare con frequenza questo semplice gesto quotidiano per cambiare aria agli ambienti, dato che non tutti lo fanno come dovrebbero.
L’importanza del ricambio d’aria
Gaetano Settimo, medico del dipartimento Ambiente e Salute dell’Iss lo ha ricordato anche in conferenza stampa per sensibilizzare gli italiani su questo punto: “Negli ambienti domestici abbiamo una scarsa attenzione ai ricambi dell’aria e questo può rappresentare un elemento di criticità per la diffusione delle particelle virali di Sars-Cov-2″. Il problema non riguarda solo le abitazioni private, ma anche uffici e scuole, quindi alle misure classiche di prevenzione, cioè mascherine, lavaggio frequente delle mani e distanziamento, si deve aggiungere anche la salubrità dell’aria.
Il ricambio dell’aria, secondo Gaetano Settimo, risponde a precise esigenze che a volte dimentichiamo, nonostante siano importanti per la nostra vita quotidiana, che trascorriamo al chiuso per molte ore, esponendoci più facilmente al rischio di contagio nel periodo invernale:
- Gli impianti domestici di condizionamento non ricambiano l’aria ma movimentano quella già presente, a meno che non siano dotati di filtri adatti
- L’apertura delle finestre è insostituibile per il corretto ricambio
- Se non cambiamo l’aria delle stanze, gli inquinanti chimici sono troppo concentrati per la presenza di più persone in un ambiente
- Finestre e balconi andrebbero aperti per 5-10 minuti ogni ora.
Le ulteriori conferme scientifiche in materia
Il direttore di Prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza ha aggiunto che la corretta areazione diminuisce la probabilità di diffusione del Sars-Cov-2 che si alimenta del ristagno d’aria e dell’abbassamento delle temperature, come ogni agente patogeno, quindi dobbiamo indebolirne l’azione anche attraverso questo semplice stratagemma.
Inoltre, esiste la questione delle goccioline emesse tossendo o starnutendo (droplets) che restano sospese in aria come il fumo di sigaretta, quindi aprire le finestre diventa essenziale proprio perché Covid-19 teme l’aria aperta anche in inverno, arieggiando le stanze.
Garau riporta anche le dichiarazioni di Giorgio Bonanno dell’università di Cassino che precisa alcuni punti essenziali anche sulla ventilazione meccanica. In pratica, non devono limitarsi a muovere l’aria, perché occorre purificarla. Servono infatti impianti che la prelevano, facendola passare attraverso un filtro Hepa, composto da foglietti filtranti multistrato, in grado di bloccare le particelle solide inquinanti con livello di efficienza tra 85% e 99,9%, e poi immettono l’aria ripulita nell’ambiente.
La transizione in attesa del vaccino
L’areazione degli ambienti è quindi un ulteriore consiglio scientifico che serve come aiuto nella fase di transizione, prima di vaccinare su larga scala con una campagna che, in Italia, dovrebbe iniziare a fine dicembre mentre la Gran Bretagna ha iniziato già ieri, vaccinando una nord irlandese novantenne e un signore ottantenne dal nome impegnativo: William Shakespeare.
Nel frattempo, le misure di prudenza per contenere il virus non passano solo dall’osservanza più o meno stretta delle regole sanitarie e dalla frequenza dell’apertura delle finestre per arieggiare gli ambienti, ma anche da soluzioni fai da te che, specie i cinesi, stanno mettendo in pratica già da mesi a livello vaccinale.
La soluzione dei cinesi residenti in Italia
La comunità cinese è un unicum in tutto il mondo e anche in Italia non fa eccezione, dato che le vaccinazioni per loro sono già iniziate, grazie alla madrepatria. il sospetto nasce, secondo la ricostruzione della giornalista Roberta Damiata, considerando che tra 26.000 cinesi di Prato si registrano solo cento casi di Covid-19.
Damiata cita anche l’intervista del Mattino a Wu Zhiqiang, portavoce della comunità cinese di Napoli, che ha confermato molti scambi di informazioni via chat tra i suoi compatrioti, per valutare il costo di uno dei vaccini già operativi in Cina, ma sembra che pochi nel napoletano lo abbiano fatto per mancanza di conoscenze nel settore della distribuzione e commercializzazione del farmaco.
Tuttavia, ci sono tanti cinesi che hanno risolto il problema tornando in patria, come una commerciante che lavora a Roma e che, già a novembre, è stata vaccinata in un ospedale della regione di Zhejiang, lungo il Mar Cinese Orientale, senza peraltro avere effetti collaterali. Nella sua zona, i contagi sono già azzerati da tempo con campagne di vaccinazione di massa e la signora precisa che molti cinesi sono partiti da Italia, Spagna e Germania per farsi vaccinare in patria tramite due iniezioni al costo di 60 euro. Come al solito, il Paese del dragone preferisce fare per conto suo, mentre l’Occidente sarà in ballo ancora per molti mesi, sperando che si ricordi di aprire spesso le finestre.









