Economia

Editoria a picco, Agcom: in dieci anni più che dimezzati i ricavi

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Quello che si è appena concluso è stato già definito come il decennio da incubo dell’editoria italiana, destinato a passare alla storia come il più grave dissesto subito dal settore editoriale.

In questi dieci anni i giornali hanno dovuto registrare un crollo continuo e inesorabile delle copie vendute in edicola, un calo solo in minima parte compensato dalle vendite digitali. C’è chi – probabilmente non a torto – parla di un drammatico cambio di paradigma destinato solo ad accelerarsi in futuro col definitivo trasbordo della copia fisica, cartacea, del giornale a quella consultabile sui dispositivi digitali.

Ancora tutto da costruire dunque il passaggio dalla carta al digitale. Nel campo dell’editoria la rivoluzione digitale, per ora, sta lasciando dietro di sé solo rovine, come spesso capita nella transizione da un vecchio a un nuovo modello d business.

Basti solo pensare che in Italia negli ultimi dieci anni l’editoria quotidiana e periodica ha visto andare in fumo la metà dei ricavi. Nel 2010 i guadagni avevano raggiunto la quota di 6,18 miliardi; nel 2020 sono scesi fino a 2,9 miliardi sul mercato interno (a 3,28 con le vendite all’estero).  

Tra 2010 e 2020 i ricavi dunque si sono più che dimezzati: una sforbiciata del -52,4 per cento che fa passare dagli oltre 6 miliardi di euro del 2010 ai meno di 3 miliardi di euro nel 2020.

Un dato che basta a rendere l’idea della terribile spirale in cui si ritrova imprigionato il settore dei quotidiani e dei periodici in Italia.

È impietoso, a questo riguardo, il focus sui bilanci elaborato da Agcom che segnala come i ricavi totali dalle principali imprese nel 2020 abbiano toccato la cifra dei 3,28 miliardi di euro, con una flessione del 14,6 per cento rispetto all’anno precedente.

Se guardiamo al mercato domestico il fatturato, nello stesso anno, ha avuto un calo del 12,9 per cento. Nel crollo sono stati coinvolti, senza grandi distinzioni, sia gli introiti pubblicitari che quelli ricavati dalle vendite delle copie: 17,3 per cento in meno nel primo caso e -10,4 per cento nel secondo.

Sempre in questo contesto, i guadagni editoriali sono arrivati a pesare per il 40,1 per cento, seguiti a ruota da quelli derivanti dalla pubblicità (per il 29,2 per cento) e da quelli riconducibili all’editoria libraria che raggiungono il 14,4 per cento.

Ad ogni modo nel suo report l’Agcom evidenzia che a soffrire di più nel periodo 2016-2020 sono stati gli introiti pubblicitari (in calo del 30,1 per cento) a causa di una tensione che, nel complesso, ha finito per scaricarsi sul versante dell’occupazione.

Nel quinquennio in esame, infatti, sono state inevitabili le ricadute sul piano occupazionale, con gli addetti delle principali imprese del settore che tra 2016 e 2020 si sono visti ridurre di oltre 2mila unità (-11,4 per cento), passando da un totale di circa 13mila addetti nel 2016 a meno di 11mila nel 2020, con una flessione di circa 800 addetti rispetto al 2019.

«La flessione su base annua, circa 400 unità – fa sapere l’Autorità garante delle comunicazioni – è attribuibile principalmente alle riorganizzazioni aziendali poste in essere dai gruppi Gedi e Mondadori».

Ma se la carta stampata piange, la Tv d’altra parte non ride. Nell’ultimo decennio, sottolinea Agcom, il ricavato dei tre principali protagonisti del settore televisivo (Rai, Mediaset e Sky Italia) è diminuito di oltre 2 miliardi passando da 9,20 a 7,19 miliardi (-21,9 per cento). Solo nel 2020 il calo annuo ha raggiunto quota 8,7 per cento. Ancora peggiori sono state le flessioni patite da Mediaset (-9,2 per cento) e da Sky (circa -10 per cento), superiori alla media, mentre la Rai ha perduto il 5,4 per cento (-4 per cento il canone e -6,5 per cento la pubblicità).

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