“Intendiamo presentare il ‘Giubileo Fiscale’ nel corso delle consultazioni previste dall’iter parlamentare per l’approvazione della Finanziaria in Parlamento”, spiega Giovanni Felice, vicepresidente vicario nazionale di Confimprese Italia e presidente della delegazione di Palermo “bisogna avere il coraggio di sfatare alcuni tabù e non bisogna avere paura della parola condono”.
Di sicuro non ne hanno paura a Confimprese Italia, rete di imprese e professionisti che ne mette insieme ben 80.000 tra micro, piccole e medie, oltre ad una nutrita rappresentanza di pensionati. Con le sue 78 Organizzazioni Territoriali, 20 Federazioni di Categorie e 14 Organizzazioni Federate, è una voce che certamente merita di essere ascoltata. “La finanziaria – prosegue Felice – non può non tenere conto di ciò che sta succedendo in questo Paese da tre anni a questa parte”.
“Manovra da rivedere. Bisogna restituire alle imprese“
Accolto con favore il discorso programmatico, pronunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’atto dell’insediamento, i vertici di Confimprese Italia hanno redatto una serie di proposte che vogliono sottoporre all’esecutivo come, del resto, già hanno fatto in precedenza sul caro-energia.
“Bisogna cambiare ottica – proseguono i vertici di Confimprese Italia – e procedere secondo un principio di equità”. Le aziende che, da tre anni, subiscono le conseguenze di pandemia sanitaria, crisi dei consumi e, da 6 mesi a questa parte, anche di un’economia di guerra “sono ormai allo sfinimento. – conferma Felice – Non possono competere con le nuove aziende, magari nate per eludere le crisi che si sono attraversate fin qui”. Ma di condono proprio non è possibile parlare. “Perché mai? Le imprese fanno da anni il proprio dovere – insiste il vicepresidente vicario – e ora c’è bisogno di restituire, di dare un’ opportunità per farle sopravvivere. Noi non proponiamo un condono tombale che, certo sarebbe tanto necessario quanto irraggiungibile. Ma almeno un abbattimento consistente, oltre il 50%. Avevamo fatto una proposta simile anche per i debiti incagliati delle banche”.
“Vanno rivisti anche gli indici del rating finanziario”
E,a proposito di credito, anche lì non c’è da stare allegri: secondo le analisi della Confederazione, anche quelle imprese che sono riuscite a rimanere in piedi, hanno visto un peggioramento consistente di tutti i parametri che contribuiscono alla formazione del rating ed alla reputazione sull’affidabilità finanziaria:”Vanno rivisti i parametri di Banca d’Italia – proseguono all’unisono il presidente di Confimprese Guido D’Amico e il vice Giovanni Felice – e, se si vuole rilanciare l’economia è necessario un vero e proprio ‘Giubileo bancario’, da farsi una sola volta e che consenta alle aziende di ripartire tutte alla pari”. “E’ anomalo – si legge in una nota diffusa – che le valutazioni sulle situazioni di crisi non vengano effettuate in relazione al territorio di riferimento, per esempio andando a considerare il Pil sulla dimensione delle Camere di Commercio”.
“In Sicilia, poi,– precisa Giovanni Felice, presidente della delegazione palermitana – siamo al paradosso. Si pretende di fare la lotta all’usura in una regione dove non arriva praticamente alcun sostegno da parte del Commissario Antiracket ed Antiusura”.
Commercianti: Regime dei minimi a € 100.000
Anche su quel che riguarda il regime forfettario per i professionisti, Confimprese Italia ha qualcosa da sottolineare: “Sono stati equiparati i volumi di fatturato, ma non i costi che si sostengono per arrivarci. Se vendi qualcosa – spiega Felice – prima la devi comprare. E questo è un costo. Quindi 85 mila euro di fatturato per un professionista producono un netto molto più alto che per un commerciante, cui rimane in tasca un terzo lordo della somma complessiva. Inoltre, in vetrina, bisogna esporre il prezzo finale, mentre, per i professionisti, le tariffe possono essere un po’ meno… trasparenti. Bisogna differenziare e innalzare il livello, per i commercianti, almeno a 100.000 euro”.
E, infine, l’accento sul problema contingente per eccellenza: il contrasto al caro-energia.
Caro-bollette: sbagliato intervenire sul prezzo finale
In una precedente nota inviata alla presidente del Consiglio appena insediata, si leggeva chiaramente che “intervenire sul prezzo finale sia da considerarsi un errore, in quanto si salvaguardano e si agevolano gli aspetti speculativi ed i costi sono insostenibili. Bisogna intervenire sul prezzo all’ingrosso, determinandolo ‘politicamente’ e, caso mai, intervenire a favore delle imprese produttive, se andassero in perdita. Non certamente sui mancati guadagni”. In altre parole, il contenimento va operato in modo strutturale, cosicché gli oneri di sistema transitino sulla fiscalità generale. “Il prezzo di costo dell’Energia non ha subito grandi variazioni ed allora sarebbe interessante capire quale sia la reale causa degli aumenti ed allo stesso modo da cosa possa dipendere il repentino calo nel mese di ottobre 2022 (-51%)”.
Secondo i dati analizzati da maggio 2021, il valore del Prezzo Unico Nazionale (PUN) è cresciuto in maniera costante, per esplodere poi nell’estate 2022 raggiungendo il picco massimo di 543,15 € per mw. Ma mentre il consumo medio è rimasto, sostanzialmente, inalterato, anche rispetto agli anni precedenti – se non addirittura diminuito a causa della chiusura di moltissime attività – il costo è schizzato completamente fuori controllo. “E’ evidente – continua il presidente D’Amico – che gli aumenti non siano collegati né alla variazione dei prezzi di produzione dell’energia, né alle conseguenze della crisi Ucraina. Bisogna controllare ed evitare il rialzo dei prezzi all’ingrosso – conclude – e bisogna intervenire per consentire alle imprese ed ai cittadini di mettersi al passo con i pagamenti attraverso un abbattimento dei costi già sostenuti e la dilazione del debito contratto”.
Un panorama che sfuma in un prossimo futuro dai toni foschi: “Dalle stime di diverse associazioni di categoria, non solo la nostra – conclude D’Amico – 850 mila le aziende rischiano la chiusura, producendo oltre 3,5 milioni di nuovi inoccupati, una tragedia sociale difficilmente recuperabile che avrebbe, principalmente per l’INPS, un costo di oltre 140 miliardi di euro nel prossimo biennio”.









