Economia

Guerra russo-ucraina: cos’ha da perdere l’Italia

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Sul piano strettamente economico, cos’ha l’Italia da perdere dal confitto tra Russia e Ucraina? Non poco. Basta solo guardare quanto è successo in passato dopo la crisi in Crimea del 2014 e la successiva l’annessione russa che portò a sanzioni internazionali e alla svalutazione del rubo (collegata anche col crollo del greggio): esportazioni dimezzate verso l’Ucraina, -35% verso la Russia. Giri d’affari mai più recuperati.

La guerra, sotto questo punto di vista, mette a repentaglio una fetta non residuale del made in Italy, che il Sole 24 Ore stima in dieci miliardi tra Russia e Ucraina.

Due settori in particolare rischiano di pagare un prezzo molto caro alla crisi: quei comparti che dall’export verso la Russia ricavano un guadagno superiore al miliardo di vendite, cioè i macchinari e il comparto tessile-moda-abbigliamento, con quest’ultimo già in passato molto colpito dal calo delle esportazioni e che ora si trova a un miliardo di introiti inferiori ai valori del 2013. E che ora rischia ulteriori perdite, soprattutto nei distretti industriali più esposti, nell’area tra Marche e Toscana, anche se in valori assoluti è Milano la provincia che vende di più in Russia. Il 7% delle esportazioni locali nella provincia lombarda – grazie alla spinta del settore calzaturiero – si rivolge alla Russia, il quadruplo della media nazionale italiana, mentre a Fermo il distretto delle calzature dà lavoro a almeno 20 mila persone e l’export verso la Russia vale il 30% dei guadagni. E in Toscana non va meglio: per alcune realtà della moda come la maison di lusso toscana Stefano Ricci che nei due paesi in guerra ha dieci punti vendita e per la quale, si legge sempre sul Sole 24 Ore, «Russia e Ucraina valgono il 15% dei ricavi».  

Il picco dell’export italiano verso Mosca venne toccato nel 2013, quando sfiorò gli 11 miliardi, per poi crollare, nel giro di soli due anni, a 7 miliardi, senza mai riuscire a trovare il modo di recuperarli. Questo in parte dovuto alle sanzioni economiche a danno della Russia, in parte al crollo del greggio e alla conseguente crisi del rublo e la perdita del potere d’acquisto che ciò ha comportato.

Meno importanti i volumi degli interscambi italiani con l’Ucraina (due miliardi nel 2021), anche se i valori proprio alla vigilia della guerra avevano superato il massimo del 2012. In Ucraina il nodo strategico è invece quello delle importazioni: innanzitutto per i cereali. Come ha ricordato in questi giorni Coldiretti, l’Ucraina il nostro secondo fornitore di mais destinato all’alimentazione del bestiame nelle stalle con una quota che supera di poco il 20%. E il valore del mais, che ha toccato il suo valore massimo da sette mesi a questa parte, rischia, dice Coldiretti, di rappresentare «un colpo mortale per gli allevamenti che sono costretti a fare i conti anche con il caro energia a fronte di compensi ben al di sotto delle spese. Il mais è la componente principale dell’alimentazione degli animali negli allevamenti con l’Italia che è costretta ad importare oltre la metà del fabbisogno (53%) a seguito della riduzione di quasi 1/3 della produzione interna negli ultimi 10 anni a causa delle speculazioni a danno degli agricoltori».

Dall’Ucraina arriva in Italia anche grano tenero per la produzione di pane e biscotti per una quota pari al 5% dell’import totale nazionale e un quantitativo di 107mila tonnellate nei primi dieci mesi del 2021.  

Kiev incide non poco in un unico altro settore: quello della siderurgia (ferro, ghisa, acciaio), col 10% dei nostri acquisiti totali, mentre dei 14 miliardi di acquisti dalla Russia nel 2021, più di otto sono compresi nel capitolo dell’energia. I valori sono già più che raddoppiati nel 2021 (oltre il 50%) ed è facile prevedere che con la guerra lieviteranno ancora. Dai numeri emerge in maniera più che evidente la nostra dipendenza dal gas russo: dei 12 miliardi italiani spesi per l’acquisto di gas tra gennaio e novembre 2021, quasi cinque sono targati Mosca.

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