Salute

I livelli della proteina collegata all’Alzheimer sono 20 volte maggiori nei neonati: cosa significa?

Alta presenza di proteina tau nei neonati: cosa ci dice questo sulla malattia di Alzheimer?

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A farla da padrone nelle ricerche sulla malattia di Alzheimer sono principalmente due proteine: l’amiloide-β, che si accumula e forma placche nel cervello, e la tau, che forma agglomerati chiamati grovigli. Questi ultimi si verificano quando la proteina tau viene alterata dalla fosforilazione, considerata per decenni uno degli indicatori chiave dell’Alzheimer.

Recentemente, però, i ricercatori hanno effettuato una scoperta sorprendente: nel sangue dei neonati sono state individuate concentrazioni di tau fosforilata (p-tau) molto superiori a quelle registrate nei pazienti affetti da Alzheimer.

Uno studio che riscrive le assunzioni su Alzheimer

Fernando Gonzalez-Ortiz, medico e professore dell’Università di Göteborg, ha condotto uno studio in cui sono state analizzate le analisi del sangue di 462 neonati e prematuri, pazienti con Alzheimer e individui sani. I risultati hanno mostrato livelli di p-tau nei neonati molto più alti rispetto a quelli degli altri gruppi, incluso quello dei pazienti con Alzheimer.

Gonzalez-Ortiz ha spiegato che, durante la ricerca, sono stati misurati molti biomarcatori e tutti mostravano valori incredibilmente elevati. In alcuni casi, questi livelli erano addirittura 20 volte superiori a quelli riscontrati nei pazienti con Alzheimer. I ricercatori, all’inizio scettici, hanno poi confermato questi risultati su un campione più ampio, comprendente notevolmente meno individui con problemi di salute significativi.

Secondo lo studio, i livelli estremamente elevati di p-tau potrebbero essere collegati all’intenso periodo di sviluppo neurologico che i neonati sperimentano. Si pone quindi la questione di come il cervello in sviluppo gestisca concentrazioni così elevate di p-tau e come diventi più resistente ad esso in età adulta.

Tau o amiloide-β: chi è il vero colpevole dell’Alzheimer?

Sia la proteina tau sia l’amiloide-β sono punti focali nella ricerca sull’Alzheimer. Quando queste proteine si accumulano nel cervello, danno origine a placche e grovigli che compromettono le capacità cognitive. Negli anni recenti, sono stati approvati diversi farmaci per contrastare l’accumulo di amiloide-β nel cervello. Tra questi, il più promettente sembrava essere l’aducanumab, che tuttavia è stato ritirato nel 2024. Nonostante questi farmaci possano rallentare la progressione della malattia, non rappresentano una cura definitiva.

Le nuove ricerche potrebbero pertanto essere l’occasione per cambiare la prospettiva sull’Alzheimer, focalizzando la lotta su tau piuttosto che sull’amiloide-β. Infatti, sebbene i farmaci attuali si concentrino su quest’ultima, la proteina tau potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella malattia.

Ricerca futura: tau come biomarcatore nei neonati

Gonzalez-Ortiz è ansioso di proseguire questo filone di ricerca, soprattutto per capire se i livelli di p-tau possono essere utili per prevedere quali neonati potrebbero sviluppare l’Alzheimer in futuro. Potrebbero infatti esistere correlazioni con altre patologie neurologiche o, addirittura, con forme ereditarie di Alzheimer, che tendono a manifestarsi in età molto precoce.

Scheda informativa: Proteina tau

  • Ruolo: la proteina tau stabilita la struttura dei microtubuli, strutture cellulari importanti per il trasporto di sostanze all’interno delle cellule nervose.
  • Malattia di Alzheimer: in seguito a alterazioni chimiche, la proteina tau si accumula formando dei grovigli nel cervello, compromettendo così il funzionamento del sistema nervoso.
  • Nuove ricerche: studi recenti suggeriscono che i livelli di proteina tau possono essere estremamente elevati nei neonati, aprendo nuove prospettive di ricerca sulla malattia di Alzheimer.

Gonzalez-Ortiz sottolinea come sia fondamentale considerare il contesto clinico quando si esaminano i livelli di biomarcatori come la p-tau. Infatti, la presenza di livelli elevati di questa proteina nei neonati si trasforma da indicatore preoccupante a mistero affascinante, aprendo nuove strade per la ricerca futura. Lo studio completo è stato pubblicato sulla rivista Brain Communications.

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