I-phone 6: Consumo, ergo sum

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E’ certamente uno spasso vedere persone in coda per l’acquisto di un oggetto. Perché è di questo che si tratta, l’I-phone 6 altro non è che una cosa, l’ultima diavoleria tecnologica. Forse non sanno che, come tutte le cose bramate, adiuvante una pubblicità forsennata e quasi intimidatoria, perderà progressivamente il suo “valore”. Lentamente, dell’oggetto amato, non ci importerà più nulla. Psicologicamente si arriverà ad attendere l’evoluzione successiva. E’ il desiderio che non trova mai un appagamento ultimo, è la voglia della voglia senza requie. La compulsione all’acquisto innecessario che alimenta il mercato capitalistico.

Il desiderare fine a se stesso è pernicioso, propaggine e deriva della società dei consumi. E’ sconfortante osservare la foga che queste persone imprimono al loro desiderio di avere tra le mani l’agognata merce, una delle ultime frontiere della civiltà della tecnica. Il gregge amorfo degli uomini in coda per l’I-Phone 6 è un inno al conformismo, l’emblema della reificazione dell’oggetto. Il titolo che ho voluto dare al pezzo credo sia diventato, inconsciamente, il motto dell’uomo odierno. Rappresenta il ribaltamento dell’aforisma cartesiano che ha inaugurato la modernità. Il consumare è più importante del pensare, comprendere, capire. Che cos’è che consumiamo? oggetti, cose, materialità perlopiù inutili. Superflue perché spesso non si obiettivi nel valutare quello di cui siamo privi, quello di cui manchiamo veramente. L’ uomo contemporaneo è portato a riempire gli spazi vuoti di oggetti – merci che si dissolvono rapidamente, nel momento in cui l’utilizzo li colloca nell’ordinario. La merce è diventata l’unica salvezza e le nostre case, ad uno sguardo più attento, scoppiano di cose inutili.

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Socrate, l’uomo più saggio del suo tempo, frequentando il mercato disse: “Guarda quante cose di cui non ho bisogno”. L’ethos socratico non è datato come può apparire, è sì una voce che ci parla dal IV secolo a.C ma è tremendamente attuale. Oggi quello che occorrerebbe abbattere è il circolo vizioso della costante risorgenza della liturgia consumistica. La quale fa apparire indispensabile ciò che indispensabile non è, l’identificazione della salvezza nel possesso di oggetti destinati ad essere ingoiati dal consumo. La salvezza non viene più cercata nelle religioni ma nel consumo illimitato.

“Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi” scrisse Etienne de La Boetie nel cinquecento. Dobbiamo essere servi solo della nostra ragione e spezzare le catene di una servitù volontaria. L’oggetto-merce, anziché salvare, continua a generare ex novo la circolarità funesta che prometteva di spezzare. L’aspetto più orrendo di questa realtà è che i soggetti (uomini) appaiono schiavizzati dagli oggetti (cose). Non sono le cose che servono noi, come dovrebbe essere, ma noi che ci esponiamo alla loro tirannia, nell’illusione di poter dominare la tecnica. E’ l’emancipazione dalla servitù, di qualsivoglia genere, che ci rende liberiLa società dei consumi, preconizzata da Pasolini, sa vendere bene i suoi prodotti. Dobbiamo essere noi, canne al vento pensanti, ad eludere la soggezione. 

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