Scienza

Ibernazione: così l’ESA manderà l’uomo su Marte

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Alien, Avatar, 2001 Odissea nello spazio… La fantascienza è colma di opere che descrivono un futuro di grandi viaggi spaziali, dove l’umanità non sarà solo in grado di visitare i pianeti del sistema solare, ma perfino raggiungere le stelle più lontane.

Naturalmente, ogni autore ha una personale visione del domani, tuttavia molte storie prevedono l’esistenza di una particolare tecnologia: l’ibernazione. Prima di affrontare un lungo viaggio, gli astronauti entrano in uno stato di animazione sospesa in modo da risparmiare viveri e ossigeno.

Pura fantascienza, ma forse non per molto.

L’ESA – European Space Agency – sta valutando le potenzialità offerte da questa tecnologia per future missioni, dirette ad esempio su Marte. Secondo i ricercatori, l’ibernazione garantirebbe una serie di vantaggi, anche se potrebbe comportare alcuni rischi.

E’ stato pubblicato sul sito ufficiale il report dell’Agenzia Spaziale Europea.

L’ibernazione in natura e in medicina

Esistono vari esempi di animali in grado di modificare il proprio metabolismo in caso di necessità.

Alcuni, come colibrì e pipistrelli, possono entrare in un cosiddetto stato di “torpore“, abbassando la temperatura corporea fino a pochi gradi sopra quella ambientale. Tale condizione permette loro di risparmiare le energie durante i periodi di inattività giornaliera.

Altri animali, come le marmotte, cadono in una condizione di vero e proprio letargo – tramite cui riescono a superare i rigori dell’inverno. Mentre respirazione e battito cardiaco diminuiscono, la temperatura del corpo può scendere anche sotto i 10 °C.

E l’essere umano?

La nostra specie non possiede questa capacità, tuttavia è possibile indurre uno stato di cosiddetta ipotermia terapeutica” mediante particolari tecniche. Questa, viene talvolta impiegata durante le operazioni chirurgiche per ridurre le probabilità di danni ai tessuti.

Normalmente, una persona può essere mantenuta in tali condizioni per un paio di giorni, superati i quali sopraggiungono gravi complicazioni. Tuttavia, sono allo studio sistemi di ibernazione che permettano agli esseri umani di sopravvivere per lunghi periodi di tempo. Ciò avrebbe importanti applicazioni non solo in ambito medico, ma anche aerospaziale.

L’ESA alla volta di Marte

SciSpacE è un programma di ricerca finanziato dall’ESA avente come obiettivo lo studio degli effetti prodotti dalla permanenza nello spazio sugli astronauti; tali conoscenze permettono quindi di sviluppare nuove tecnologie.

L’ibernazione umana presenta grandi potenzialità, in particolare per missioni a lungo termine. Perciò, i ricercatori dello SciSpacE – in collaborazione con il Concurrent Design Facility (CDF) – stanno valutando la sua applicabilità per futuri viaggi su Marte.

Prima di tutto, gli astronauti dovrebbero “mettere su peso”, accumulando energie di riserva sotto forma di grasso – un pò come fanno alcuni animali prima di andare in letargo. A questo punto, l’equipaggio si accomoderebbe in apposite capsule dove, grazie alla combinazione di farmaci e basse temperature, cadrebbe in uno stato di animazione sospesa.

Questa tecnologia comporta varie problematiche – dall’accumulo di scorie (feci e urina) a possibili danni ai tessuti – ma presenta anche numerosi vantaggi.

In primo luogo, sarebbe possibile progettare navicelle più piccole e ridurre notevolmente il consumo di cibo, risparmiando così diverse tonnellate di carico. Inoltre, gli scienziati prevedono la realizzazione di schermi attorno alle capsule in grado di proteggere gli astronauti dalle radiazioni spaziali.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: se i piloti dormono, chi guida l’astronave?

Naturalmente, l’equipaggio dovrebbe essere sostituito nelle sue mansioni da un sistema di intelligenza artificiale, in grado di operare autonomamente e reagire ad eventuali imprevisti.

È ancora lontano il giorno in cui l’essere umano potrà esplorare le vastità dello spazio grazie all’ibernazione, tuttavia gli scienziati dell’ESA intendono raggiungere questo traguardo nell’arco di 20 anni, in tempo per mandare l’uomo su Marte.

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