Il mito di Niobe: la roccia piangente sul monte Sipilo in Turchia

Sul monte Sipilo, in Turchia, c'è ancora una misteriosa roccia dalle fattezze umane identificata con la sventurata Niobe.

Il mito di Niobe è tanto tragico quanto affascinante. Sul monte Sipilo, in Turchia, è presente una colossale roccia dalle fattezze umane identificata proprio con la sventurata madre, che perse tutti i suoi figli per una vendetta divina. Secondo la mitologia greca Niobe era figlia di Tantalo, regina di Lidia. Una donna bella, dal forte orgoglio, tanto da sfociare in superbia. Il suoi capelli erano lunghi e sensuali. Sposò Anfiarao e da lui ebbe dodici figli: sei maschi e sei femmine secondo quanto ci racconta Omero. Secondo altre leggende quattordici. Per gli autori di tragedie i fanciulli erano venti.

Niobe: il peccato di Hybris

La Hybris, una parola greca che può tradursi come “tracotanza”, è uno dei vizi degli uomini più invisi a Dio. Ce lo ricorda Erodoto nella mitologia greca, ce lo conferma la chiesa cattolica parlando del peccato di superbia. Ebbene, Niobe si macchiò proprio di tale colpa. Un giorno si vantò dei suoi figli tanto da prendere in giro quelli di Latona, Apollo e Artemide. La dea, figlia di Ceo e di Febe, ebbe con Zeus solo questi loro due. Un numero che data sua prole, doveva essere davvero insignificante per la fiera Niobe. Si sa però, gli antichi dei a volte potevano essere davvero crudeli, meschini e vendicativi.

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Latona ordinò infatti ad Apollo e Artemide di uccidere tutti i dodici figli di Niobe colpendoli con delle frecce. I miti narrano diverse versioni dello strazio di Niobe nel vedere i suoi figli essere uccisi. Secondo quanto afferma Omero, i sei figli e le sei figlie della regina giacquero nove giorni in una pozza di sangue, senza che nessuno rendesse i dovuti onori funebri ai fanciulli (erano stati tutti pietrificti da Zeus). La stessa madre non potè dare in alcun modo ai suoi figli degna sepoltura. Un dolore che mai nessun genitore dovrebbe sperimentare.

Alla fine gli dei, impietositi dinanzi a un simile triste spettacolo, decisero di occuparsi dei dodici cadaveri. Le lacrime di Niobe, foriere inizialmente di morte, divennero lacrime di vita. Il corpo della regina venne trasformato in roccia dallo stesso Zeus e le sue lacrime divennero un fiume, presso cui le ninfe erano solite andare a giocare. Come scrive Antonio Martino nel suo articolo “Il Melograno” pubblicato su Prodel.it: “La pietra in cui è trasformata Niobe è una pietra eterna, un’eternità di vita che vince la morte, l’eternità dello scorrere dell’acqua fluviale”.

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Un mito con un fondo di verità?

Il giornalista e studioso del pensiero antico, Matteo Nucci, è autore del libro Le lacrime degli eroi. Nella sua opera Nucci ci informa che la roccia in cui Niobe venne trasformata esiste tutt’ora, tanto da indicare ai lettori il percorso per visitare tale meraviglia. Dobbiamo viaggiare con la mente, fino in Turchia. Fuori dalla vecchia Smirne, località martoriata dalla violentissima guerra greco turca degli anni ’20 del ‘900, si trova Manisa, conosciuta in epoca antica come Magnesia. La città venne quasi totalmente distrutta nel corso della ritirata dell’esercito greco.

Sempre con la fantasia, seguiamo le indicazioni che ci conducono verso il centro della cittadina e, una volta giunti qui, andiamo lungo il fiume Caibasi, fino a ritrovarci alle pendici del titanico monte Sipilo. Qui troveremo la famosa”roccia piangente”, la nostra Niobe. Matteo Nucci è grato ai turchi per come hanno onorato tale luogo, che sicuramente ha perso la sua sacralità (il paganesimo di tipo olimpico è oramai scomparso come religione) ma che rimane dopotutto un luogo ricco di fascino e foriero di emozioni.

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La roccia piangente, che potete vedere in tutto il suo splendore nell’immagine in evidenza dell’articolo, ha mantenuto tutta la sua bellezza originale. Le fattezze femminili di tale spettacolo di madre natura sono impressionanti dal punto di vista fisiognomico: nella figura rocciosa si intravedono i capelli, le cavità oculari, il naso e la bocca. Che Zeus in persona (quando gli antichi dei vivevano ancora nel cuore dei fedeli) abbia davvero operato un simile prodigio sul monte Sipilo sulla povera Niobe? Chissà…

Secondo la leggenda, dagli occhi della statua rocciosa cadrebbero ancora lacrime per il ricordo dei figli perduti, tanto che i turisti di passaggio scrivono bigliettini consolatori alla povera mamma affranta dal lutto. Sempre secondo la leggenda, alla vista dei bimbi che si ritroverebbero lì a giocare, Niobe smetterebbe di piangere. Piccola curiosità: secondo il probabile autore della Titanomachia (poema andato perduto) Eumelo di Corinto, la nascita di Zeus non sarebbe avvenuta a Creta, ma (guarda caso) in Lidia, antico regno che comprendeva anche il monte Sipilo.

La Niobe di Sipilo

Un’altra Niobe presente sempre in Turchia si trova sulle pendici più basse del monte Sipilo. Stiamo parlando della Niobe di Sipilo, una statua gigantesca in posizione assisa. Come informa Wikipedia, tale eccezionale simulacro è intagliato in una nicchia scavata nella roccia. La statua in questione, di origine ittita, potrebbe essere quella che il celebre geografo Pausania descrive nella sua Periegesi della Grecia. Lo scrittore si riferisce all’opera come l’antichissima statua della “Madre degli dèi”, forse Cibele. Ve la proponiamo qui sotto in tutta la sua magnificenza.

Photocredit wikipedia

Se effettivamente la statua in questione è la stessa di cui parla Pausania nella sua opera, è molto probabile che sia stata scolpita da Broteas, figlio di Tantalo. La statua la menziona anche lo stesso Omero. Il rilievo ritrae una figura umana seduta alta 8-10 m è rappresentata in altorilievo (ma non completamente separata dalla parete rocciosa), che guarda verso nord e indossa un alto copricapo appuntito. Le sue mani sembrano poggiare sui seni, i piedi poggiano su uno sgabello. La testa si è parzialmente staccata, per cause naturali. A destra della sua testa sono visibili due resti di iscrizioni comprovanti come la statua sia di epoca ittita.